Una speranza per i giovani

Alessandro Petronzi

Magistrato Ordinario in tirocinio

23 maggio 1992 ore 17,59 Autostrada Trapani­Palermo

Tre Auto, una marrone, una bianca, una azzurra trasportano il Giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei Magistrato, la scorta, gli autisti. L'esplosione è forte, investe le auto, quella marrone si disintegra completamente, l'auto bianca sarà seriamente danneggiata, si salverà un solo uomo, l'auto azzurra sarà ridotta ad un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono feriti ma vivi, feriti come altre venti persone che con le proprie auto passavano in quel momento fra lo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.

19 luglio 1992 ore 16,58 Via Mariano d'Amelio. Casa della madre di Paolo Bor­sellino.

Il Giudice si recava periodicamente a far visita alla propria madre e quella Domenica era lì con la sua scorta, sei agenti uomini ed una giovanissima donna (la prima a fare parte di una scorta ed a cadere in servizio). Sopravvisse un solo agente. La bomba, una Fiat 126 contenente esplosivo, venne radiocomandata a distanza.

Le stragi del 1992, Capaci e via D'Amelio furono azioni di guerra dichiarata da chi, come "cosa nostra", riteneva di tenere in pugno tutto il sistema, e là dove aveva trovato forte resistenza, uccideva spietatamente; fu una guerra già annunciata, poiché nel 1991, vi erano già stati allarmi con gli omicidi di Scopelliti (magistrato) e Salvo Lima (ex Sin­daco di Palermo) e di tanti altri coraggiosi uomini, che "osarono" azioni legittime contro la mafia.

Eppure, questi uomini veri, pieni di coraggio e coscienza delle Istituzioni, pur sapendo bene di essere nel mirino di una terribile e perversa organizzazione criminale, continua­rono, ancora, a scegliere la Giustizia, e per essa perirono.

Ero bambino dodicenne nel 1992 e credevo in poche cose allora, quasi tutte futili e materiali, non gravi e ideali; la mia frequentazione della 2^ media non mi permetteva di vedere e capire chiaramente, ma le stragi rimasero indelebilmente impresse nella mia mente, scuotendo la mia coscienza.

Allora pensai "si può uccidere il corpo, non l'anima"; ed oggi, che la scelta della via della Giustizia, come percorso professionale, si è tradotta in realtà per avere superato un concorso in magistratura, lo penso ancora.

Siamo nel 2011, sono ancora agli inizi della mia strada, sto svolgendo il tirocinio nei vari settori del diritto e nei vari uffici del Tribunale di Roma, sto imparando da chi insegna con la propria sapienza ed esperienza. Sono ancora nella mia città, ma so che presto mi sarà affidato il mio primo incarico, che svolgerò con coraggio, impegno e dedizione, ovunque sarò inviato, proprio come gli immortali Falcone e Borsellino.

"Falcone e Borsellino" come si possono separare questi due nomi? Sembrano essere una unica entità, un binomio inscindibile, legati da un "mestiere" che per loro era mis­sione: liberare la società civile dalla mafia, grandi nel loro impegno di cambiare ciò che era così perverso e criminale, ma troppo spesso accettato con rassegnazione, impotenza, paura.

La mafia, dopo la loro ingiusta e crudele uccisione, con stragi che costarono la vita anche ad altri uomini e donne giusti, che avevano fatto della loro professione una vera missione, non aveva compreso che da tutto questo sarebbe nata una forte ribellione nelle coscienze di chi crede nella Giustizia.

A questi Eroi e martiri dei nostri tempi va tributato il riconoscimento di avere indicato a noi tutti, con la loro esemplare condotta, che non bisogna mai arrendersi, rassegnarsi, desistere.

Grazie Paolo, grazie Giovanni.

Grazie a voi so di poter fare quello che ci sarà richiesto di fare, con la giustizia, il co­raggio e l'abnegazione che con il vostro sacrificio ci avete trasmesso.

Non vi dimenticheremo mai perchè voi siete La Speranza.