Il metodo Falcone

Alessandro Pansa

Prefetto, Capo del Dipartimento per gli affari interni e territoriali del Ministero dell’Interno

L'arricchimento del mio bagaglio professionale grazie all'esperienza che mi ha visto collaborare con Giovanni Falcone in alcune inchieste di particolare rilievo, specie sul piano internazionale, è stato enorme. L'esperienza umana forse lo è stata anche di più, ma questa resta nella sfera personale che conservo come mio ricordo.

L'elemento primario e forse anche il più significativo è stato quello di aver potuto conoscere una realtà complessa come "cosa nostra" e comprendere le dinamiche in­terne, la capacità pervasiva e gli obbiettivi più reconditi di quel sistema parassitario di inquinamento del nostro Paese.

Le inchieste del giudice Falcone, pur avendo come campo di analisi il mondo del crimine, coinvolgevano direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d'intermediazione tra realtà politica o economica con quella criminale. Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politicoistituzionali determinasse, come conseguenza indotta, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico lo­cale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.

In più casi era emerso che gli stessi circuiti finanziari erano stati utilizzati indiffe­rentemente da gruppi criminali diversi e da personaggi trasversali che utilizzavano i si­stemi finanziari per favorire sia la finanza illegale che i cosiddetti poteri occulti, espressione questa priva di significato proprio ma che utilizzo solo per la sua forza evo­cativa.

Tre erano gli attori principali che comparivano in quegli scenari, con diverse forme di contiguità ed aggregazioni: personaggi della politica locale e non, esponenti del mondo economico e di quello criminale. Alcune volte i tre insiemi si intersecavano tra loro, altre volte solo alcuni di essi operavano congiuntamente.

I casi concreti, oggetto delle inchieste, misero in luce alcune caratteristiche di questi fenomeni combinativi, riscontrabili, poi, in gran parte delle indagini che sono state svolte negli anni successivi, sino ad oggi.

Una di queste caratteristiche, che continua ad impressionarmi tuttora, è il legame alla terra d'origine, che sembra basato essenzialmente sulla natura fiduciaria della po­litica, su quella prevalentemente intimidatoria della criminalità e sulle esigenze di mer­cato dell'economia.

La storia della criminalità di questo Paese, insieme a quella di alcune vicende del mondo dell'imprenditoria nazionale, porta alla luce una realtà che consente di indivi­duare il collegamento tra mondi diversi nella presenza di agenti che facilitano o ren­dono possibile l'incontro tra le parti. Come già dalle prime inchieste degli anni 80 sul mercato della droga, che vedeva Palermo al centro del traffico dell'eroina verso gli Stati Uniti, il ruolo di quegli agenti emergeva nella duplice veste sia di supplenza alla carenza di quella professionalità di cui "cosa nostra" aveva bisogno per muoversi nei mercati internazionali, sia di riduzione dell'asimmetria informativa che grava sulla criminalità organizzata.

Complessi e profondi, e per certi versi sorprendenti, emersero gli intrecci che in quegli anni il crimine organizzato, partendo dalla Sicilia e diramandosi nel mondo, era riuscito a tessere nell'ambito del sistema economico e finanziario, rendendo la di­stinzione tra il legale e l'illegale sempre più difficile e sfumata.

La mancanza di una linea di demarcazione tra il mondo legale e quello criminale rendeva difficoltoso, nel contesto delle istruttorie di Giovanni Falcone, l'identificazione di quei vari soggetti che operavano nei circuiti economici e soprattutto appariva arduo scoprirne i loro interessi specifici. In altre parole, ci trovavamo di fronte un unico si­stema ingarbugliato, che veniva utilizzato, secondo le opportunità, da chiunque avesse qualche interesse sia esso lecito che illecito o del tutto criminale.

Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito, attraverso l'attenta lettura di fascicoli processuali, e poi lo aveva dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Lo aveva documentato in diverse occasioni con atti processuali ed alla fine il tutto era stato cristallizzato in giudicati, a cui si era giunti partendo proprio dalle sue istruttorie. Sì, perché Giovanni Falcone aveva sviluppato una conoscenza e una capacità di analisi che si è estrinsecata sempre e solo nell'ambito delle sue attività professionali: attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme -cosa più che scontata -ma anche nel rispetto totale delle persone e secondo un fair play che il suo sorriso sornione ed un pò beffardo evidenziava.

Una delle caratteristiche di Giovanni Falcone era proprio quella di esprimere, at­traverso il suo sorriso, il compiacimento del momento, ma sempre con un certo di­stacco che faceva dell'uomo un grande uomo. Il suo sorriso era sempre accompagnato da uno sguardo intelligente e attento che lasciava trasparire, per chi aveva imparato a conoscerlo, fermezza o condivisione, contentezza o preoccupazione.

Il mio primo lavoro con Giovanni Falcone risale al 1982, quando da giudice istrut­tore, accompagnato dal pubblico ministero Peppino Ayala e da me, quale ufficiale di polizia giudiziaria, fu eseguito l'accesso ad un istituto di credito di via Veneto a Roma per acquisire degli atti in un'inchiesta di mafia. È lì che appresi come le cosiddette in­dagini bancarie o finanziarie non erano una mera ricostruzione di movimenti bancari che bisognava collegare uno dopo all'altro in una successione cronologica e logica. Ognuna delle operazioni che veniva riscostruita, intanto, doveva essere anche ambien­tata, ricollegata al contesto in cui era stata effettuata, valutata in ordine al ruolo e alla funzione dei soggetti coinvolti. Stetti lì un'intera giornata, delegato dall'autorità giu­diziaria, che dopo la mera acquisizione degli atti era andata via, conferendomi l'incarico di ricostruire ognuna delle operazioni, ma non solo sotto l'aspetto contabile o docu­mentale.

Bisognava capire, attraverso i ricordi dei dipendenti della banca, chi aveva preso parte all'operazione, se l'imputato fosse stato in compagnia di qualcuno, che atteggia­mento avesse, se avesse lasciato qualsiasi altra traccia. Sì, conoscere tutto per attribuire un valore aggiunto alla scoperta dell'operazione bancaria significativa, per non lasciarle il solo valore processuale, ma per ricavarne stimoli ulteriori all'azione investigativa. In­somma quell'acquisizione di atti, che stimolò subito dei provvedimenti cautelari, non era finalizzata solo a motivare quegli atti, ma ad aprire la porta di uno scenario più ampio da ricostruire.

Oggi si discute con facilità di indagini patrimoniali, del sequestro dei beni, delle misure antiriciclaggio. Bene: credo che tutto questo insieme di strumenti, fondamentali nella lotta alla mafia e basilari per gran parte dei successi più importanti conseguiti sino ad oggi in questo campo, sono frutto dell'esperienza operativa di Giovanni Falcone e di coloro che hanno da lui appreso e con lui sperimentato queste vie dell'investiga­zione.

Seguiva le piste dell'inchieste passo passo, anche all'estero, studiando prima di par­tire gli ordinamenti penali e civili di quei paesi per poter nel modo giusto chiedere in­formazioni, dati e documenti utili alle istruttorie italiane. In una missione in Canada, durante una rogatoria nacque una pista investigativa nuova, non oggetto della domanda di assistenza giudiziaria internazionale. Allora da ufficiale di polizia giudiziaria, insieme con i colleghi canadesi, decisi di percorrerla autonomamente senza far avviare un'altra e complessa procedura diplomatica. Eravamo ad Ottawa, dovevo spostarmi a Montreal. Giovanni -ricordo -con grande sensibilità mi disse, senza parlare, ma solo con lo sguardo: "ce la puoi fare". Quando rientrai ad Ottwa, dopo due giorni, era tardi, Gio­vanni era ad una cerimonia ufficiale. Andai a letto. Dopo qualche ora, sentii bussare alla porta: "che fai dormi? vieni ad assaggiare un buon burbon canadese". Mi alzai.

Quando me ne tornai a letto, non mi aveva chiesto alcunché sull'esito del viaggio, mi aveva sorriso e detto: "ho capito che hai fatto centro, poi in Italia mi mandi un bel rapporto". Come sempre, corretto e rispettoso, aveva compreso che preferivo riferire l'esito dell'attività e trasmettere la copiosa documentazione trovata dopo avere redatto gli atti secondo le forme e le modalità previste.

Si lavorava in squadra, con obbiettivi comuni e condivisi, con spirito di collabora­zione e corresponsabilità, con gli stessi sentimenti di giustizia e legalità, ma ricono­scendo ad ognuno il proprio ruolo e le proprie prerogative, senza che mai venissero meno fiducia e rispetto.

Nel lavoro d'indagine di Giovanni Falcone, l'esigenza di confrontarsi di continuo con una realtà multiforme e sommersa, insieme all'esigenza di preservare l'attitudine a comprendere le dinamiche criminali ed a seguirle, anche per tempi lunghi, nel loro evolversi, ha portato a sviluppare competenze che sono divenute parte integrante delle metodologie investigative più moderne.

Il rapporto di lavoro con l'ufficio istruzione, prima, e la procura della Repubblica di Palermo, poi, ha fatto nascere una relazione stretta tra Giovanni Falcone e l'ufficio investigativo in cui lavoravo. C'era un clima stimolante, che consentiva di indirizzare il potenziale delle nostre risorse investigative verso livelli di eccellenza.

Le nostre qualità operative, assieme alla forza dell'azione del giudice Falcone, sono state la chiave di volta in molte inchieste coronate da successo. Grazie alla conoscenza profonda della realtà nazionale, abbinata all'esperienza internazionale, eravamo stati al fianco del giudice Falcone in momenti cruciali, dando il nostro contributo anche nella individuazione e messa in campo di modelli operativi nuovi. In tali circostanze, l'innovazione era stata caratterizzata molto dalle tecnologie, che, nonostante fossimo agli albori dell'informatica applicata alle indagini, era già un punto di forza delle nostre metodologie di lavoro.

L'insegnamento che è venuto dal lavoro svolto da Giovanni Falcone e l'esperienza maturata nell'averlo affiancato in diverse inchieste hanno fatto nascere una professio­nalità unica nella struttura investigativa che dirigevo e che si occupava prevalentemente degli aspetti economici della criminalità organizzata.

Anche quando il rapporto diretto di lavoro cessò, rimase in me e soprattutto nei miei collaboratori uno spirito vincente ed una tenacia operativa che ci consentiva di affrontare quegli scenari criminali che stavano cambiando e che facevano riferimento a regole comportamentali nuove e mai prima individuate.

I confini tradizionali delle indagini sulla criminalità, in tempi rapidi, si dissolsero, aprendosi ad orizzonti nuovi in varie parti del mondo ed a livelli impensati. Da un lato, la criminalità italiana estendeva i propri tradizionali confini di attività utilizzando strategie eterogenee, stringendo alleanze nuove e cimentandosi in ambiti operativi di norma non di loro interesse. Dall'altro le organizzazioni criminali di altri paesi am­pliavano il loro raggio d'azione e soprattutto intrecciavano i loro interessi con quelli delle cosche dell'Italia meridionale.

I fenomeni emergenti potevano spiazzare l'investigatore tradizionale, ma non coloro che si erano forgiati collaborando con Giovanni Falcone e che poi ne avevano svilup­pato le metodologie di lavoro.

L'analisi economica del crimine, adottata dal Servizio Centrale Operativo della Po­lizia di Stato, sulla scorta dell'esperienza di Giovanni Falcone, produceva, infatti, una serie di risultati che ci aiutavano a comprendere la natura e la meccanica delle relazioni pericolose che possono instaurarsi tra crimine organizzato, da un lato, e dinamica della produzione e degli scambi, reali e finanziari, dall'altro lato. Grazie a questo metodo, che non va confuso con la mera indagine di tipo finanziario, scoprimmo che il crimine organizzato non inquina solo il versante bancario e finanziario, ma anche il versante reale del sistema economico, e forse con danni ancora più gravi, misurabili non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi: impoverimento e imbarbarimento del si­stema.

Con grande agilità e pervasività, i membri delle organizzazioni criminali si muove-vano nell'ambito dell'economia legale, reale e finanziaria, proponendosi non solo per la loro capacità di violare l'ordine costituito, ma come fonte autonoma di norme e re­gole alternative a quelle democratiche. Il mafioso non si accontentava di infrangere la legge, ma provava sempre a proporsi come soggetto regolatore, che produce fiducia in alternativa a quella legale che assicura il sistema attraverso gli strumenti democratici.

Quando negli anni successivi alle stragi di Capaci e Via d'Amelio, con gli investi­gatori del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ho sviluppato filoni inve­stigativi complessi, applicando metodologie operative del tutto innovative, non potevo fare a meno di pensare: "quest'indagine sarebbe piaciuta molto a Giovanni".

Forse una riflessione tardiva, quando ormai non mi occupo più di attività investi­gativa, mi consente meglio che in passato di comprendere quanto quel periodo di col­laborazione sia stato fecondo. Si è trattato di un periodo di grandi cambiamenti nell'approccio alle inchieste contro le associazioni mafiose che, a seguito della morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è divenuto un vero e proprio cambiamento epocale.

Avevamo seguito e qualche volta arrancato dietro le dinamiche del crimine orga­nizzato. Il nostro approccio era stato quello di accettare le sfide più difficili senza timore alcuno e di cercare con modestia e perseveranza le soluzioni più adatte per poterle vin­cere.

Il nostro vantaggio era quello di far parte di una rete di competenze, rappresentate da alcuni magistrati ed alcuni investigatori in varie parti d'Italia, negli Stati Uniti e in Svizzera, che potevano offrire soluzioni già sperimentate altrove con successo e imple­mentare le metodologie delineate da Giovanni Falcone, adattandole alle realtà criminali che si trasformavano rapidamente.

L'interruzione tragica del viaggio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino ha rat­tristato l'animo di tutti coloro che percepivano con sensibilità umana il concetto di le­galità e, nello stesso tempo, ha sconvolto i piani di coloro che, all'interno di una strategia criminale eterogenea e composita, pensavano di ricavarne vantaggi concreti e che, invece, hanno fatto venire fuori, specie tra i giovani, uno spirito di solidarietà e legalità in qualche modo inaspettato.

Da lì è partita una stagione nuova di lotta al crimine organizzato, che ha delineato di netto la demarcazione tra la legalità e il crimine. Non sono certo scomparse le col­lusioni e i favoreggiamenti. Oggi, però, più nessuno può sostenere in maniera credibile di "non sapere", di "non immaginare", di "non aver compreso". Oggi tutti siamo con­sapevoli che i margini della legalità sono chiari e che le zone grigie non esistono più: tutt'al più è grigio lo sguardo di coloro che non vogliono vedere questa linea di de­marcazione e pensano "…ma tutto sommato...".

Se oggi siamo in grado di poter a tutti i livelli alzar la voce contro l'illegalità, lo dobbiamo all'insegnamento che uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno lasciato con il loro lavoro. Se oggi c'è la consapevolezza e la voglia non solo di combattere, ma di battere il crimine, lo dobbiamo al loro ricordo. Quando vi è un calo di tensione da parte o un momento di distrazione oppure un ritardo nella reazione, è il ricordo di quell'insegnamento che ci fa riportare la barra a dritta perché la direzione verso cui andare la conosciamo: loro ce l'hanno insegnata.

La strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre poliziotti della sua scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifaci, e la strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992, in cui per­sero la vita Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta, i poliziotti

Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Clau­dio Troina, furono l'inutile tentativo da parte di "cosa nostra" e, probabilmente dei suoi alleati, di assicurarsi l'impunità di fronte all'azione di contrasto globale delle isti­tuzioni.

Paolo Borsellino costituiva, insieme a Giovanni Falcone, il più temibile nemico di "cosa nostra", rappresentando al contempo una spina nel fianco dell'organizzazione ed un punto di riferimento per chiunque avesse a cuore la legalità e la giustizia.

Mi piace pensare che se non fossero stati uccisi, il loro valore e le loro qualità sa­rebbero state conosciute e riconosciute lo stesso, perché le loro idee, che oggi "cammi­nano sulle nostre gambe", come dicono tanti giovani del Meridione d'Italia, sono così forti e grandi che avrebbero avuto altrettanto seguito.