Giovanni e Paolo
Giovanni Minoli
Direttore di Rai EducationalC'è una foto di Falcone e Borsellino che tutti conosciamo. I due magistrati sono seduti uno accanto all'altro al tavolo di un convegno. Falcone si piega leggermente a sinistra per parlare al collega, Borsellino a sua volta gli si avvicina per ascoltare meglio. I loro volti sono sereni e spensierati come due amici che si scambiano confidenze, che scherzano con abituale familiarità. Ma in quella foto c'è di più. C'è qualcosa che colpisce il nostro immaginario collettivo e che l'ha resa una vera e propria icona moderna. Quell'immagine non ritrae soltanto Falcone e Borsellino, non rappresenta due magistrati, due eroi della lotta alla mafia. Quella è la foto di Giovanni e Paolo. Ne coglie l'anima, ne rappresenta la forza tranquilla, l'unità indissolubile.
Oggi è impossibile parlare di Giovanni senza Paolo, di Falcone senza Borsellino. La loro orrenda morte li ha uniti per sempre nella nostra memoria. E allora è giusto ricordarli anche per la loro vita. Per il sorriso luminoso e travolgente di Paolo Borsellino. Per lo sguardo ironico a tratti beffardo di Giovanni Falcone. E soprattutto perché la loro unione è stata anche uno degli elementi fondamentali della loro vita. A cominciare dal maxipro¬cesso. Grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di altri pentiti, tutte scrupolosa¬mente riscontrate, Falcone e Borsellino hanno svelato per la prima volta l'organizzazione di "cosa nostra". La struttura piramidale basata sulle "decine" composte di dieci "soldati semplici" che fanno capo alle "famiglie", guidate da un boss eletto. Il livello superiore , quello dei "mandamenti" formati da tre o più famiglie di territori limitrofi. E al vertice la Commissione, o cupola, l'organismo composto dai capi di ciascun mandamento che guida "cosa nostra" in ogni provincia. Oggi possono sembrare notizie scontate, ma prima del lavoro certosino svolto da Falcone, Borsellino e gli altri magistrati del pool antimafia, l'organizzazione della mafia era un vero e proprio mistero. Il 16 dicembre 1987, dopo quasi due anni dall'inizio del dibattimento, la Corte d'assise di Palermo diede ragione all'accusa pronunciando verdetti di colpevolezza per oltre 300 mafiosi per un totale di 19 ergastoli e 2665 anni di carcere.
Una svolta storica nella lotta alla mafia, un successo senza
precedenti.
Dopo diversi gradi di giudizio l'impianto accusatorio sarà poi
confermato dalla Cassazione proprio nel gennaio del '92, pochi mesi
prima delle stragi di Capaci e Via D'ame¬lio. Con il clamoroso
risultato del maxiprocesso, insomma, Falcone e Borsellino siglarono
probabilmente la loro condanna a morte.
Per i mafiosi quei due magistrati erano troppo pericolosi. Erano
cresciuti alla Kalsa, un quartiere storico del centro di Palermo,
insieme a coetanei che sarebbero diventati boss e gregari di "cosa
nostra". Anche per questo erano nemici pericolosi per la mafia.
Sapevano decifrare il linguaggio mafioso, decrittare allusioni e
comportamenti. Insomma combattevano un mondo che conoscevano
perfettamente. Anche per questo erano riusciti per primi a far
parlare i pentiti che avevano consentito numerosi successi.
Le dichiarazioni dei pentiti, sempre verificate con assoluta pignoleria, sono state uno strumento fondamentale ma non esclusivo per la lotta che Falcone e Borsellino hanno condotto contro "cosa nostra". Ancora oggi in Italia e nel resto del mondo che ha a che fare con la criminalità organizzata, si applica il cosiddetto "metodo Falcone". Un sistema d'indagine basato su poche regole che oggi sembrano di semplice buon senso, ma che allora furono una vera e propria rivoluzione. Innanzitutto il lavoro in pool basato su una semplice considerazione: le informazioni su ogni singola indagine possono produrre risultati migliori se messe a confronto con quelle di altre indagini. Il metodo introduce importanti novità anche grazie all'attenzione posta da Falcone alla dimensione interna¬zionale dei reati compiuti da "cosa nostra" da cui scaturirono numerose collaborazioni con investigatori di altri paesi. Infine l'intuizione forse più felice sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti: "La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente". Una vera e propria filosofia d'indagine basata sull'attenzione ai documenti finanziari agli scambi di assegni alle impronte che il denaro lasciava dietro di se e che ha caratterizzato il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del pool.
Dopo il loro sacrificio, il paese li ha celebrati come due eroi, da ogni parte sono spuntati amici che loro stessi ignoravano di avere, ma la realtà è stata un'altra. Giovanni Falcone ha subito l'ostilità di politici e magistrati. È stato accusato di eccessivo protagonismo, di tenere nei cassetti le indagini su personaggi politici. L'hanno perfino incolpato di essersi fatto da solo un finto attentato nella sua casa di villeggiatura all'Addaura. Accuse false che sono servite ai suoi detrattori per sbarrare la sua carriera ogni volta che doveva fare un balzo in avanti. Prima alla guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo , poi al Csm, infine alla Superprocura Antimafia. E lo stesso Paolo Borsellino incontrò difficoltà ana¬loghe seppure meno clamorose.
Oggi, nell'anno del centocinquantesimo anniversario della nascita dell'Italia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due italiani che più di altri vanno ricordati. Per i valori che hanno ispirato il loro agire quotidiano, per i risultati che hanno ottenuto e per il sa-crificio che hanno affrontato con coraggiosa consapevolezza. A diciannove anni di di-stanza dalla loro morte ci sono ancora inchieste aperte per far luce sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Credo che il modo migliore per celebrare Falcone e Borsellino sia portare a compimento quelle inchieste e fare piena luce sulla loro morte.








