Poter fare qualcosa per gli altri

Elisa Fazzini

Magistrato del Tribunale di Treviso

Negli anni della mia formazione le figure di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino hanno rappresentato, senza che neppure quasi me ne rendessi conto, due fondamentali punti di riferimento.

Frequentavo il ginnasio nel 1992. Ricordo benissimo dove ero e che cosa stavo facendo quel 23 maggio 1992 anche se, confesso che, quando appresi della tragica morte di Fal­cone, non sapevo nemmeno bene chi fosse.

Sapevo che in Sicilia giudici e forze dell'ordine erano impegnati nella lotta alla mafia e spesso nei telegiornali si parlava dell'uccisione di uomini dello Stato; tuttavia la mafia non era un problema che mi coinvolgesse più di tanto, né mai mi ero mai preoccupata di sapere chi fossero gli uomini che la combattevano. Non mi vergogno ad ammettere che percepivo quel mondo come troppo lontano dal mio, fatto di quotidianità, di scuola, di piccoli problemi che iniziavano e finivano nello spazio di pochi chilometri intorno alla mia realtà di ginnasiale fiorentina.

Da quel giorno in realtà cambiò tutto. Mi si aprì un mondo che non conoscevo e, anche se la mia Firenze era ancora tanto lontana dalla Sicilia, cominciai da quell'episodio a sviluppare una coscienza civile che prima non avevo. E l'anno successivo, il 27 maggio 1993, con le devastazioni di via dei Georgofili, compresi con chiarezza e con un po' di sgomento che la mafia non era in un altro mondo, ma poteva essere intorno a me e che, soprattutto, avrei potuto fare qualcosa, nel mio piccolo, per cercare di cambiare lo stato delle cose.

Nei giorni che seguirono alla sua morte, iniziai a conoscere Falcone attraverso i filmati e i servizi in televisione. Egli cominciò a diventare parte del mio mondo, il suo sorriso ironico iniziò ad entrarmi dentro, e presi a considerarlo non come un "giudice" lontano da me, ma come qualcuno di familiare.

Proprio nei giorni della sua morte, "conobbi" anche Borsellino , divenuto per tutti il nuovo punto di riferimento nella lotta alla mafia. Ricordo ancora il commento dei miei genitori: "Speriamo che ora non uccidano anche lui!". Sinceramente all'inizio non diedi alcun peso a tale frase. Mi sembrava impossibile che potesse succedere una cosa del genere: ero convinta che gli uomini dello Stato, consapevoli del gravissimo pericolo in cui si tro­vava, non lo avrebbero permesso, ma avrebbero protetto lui e i suoi uomini.

Quando quel 19 luglio 1992 appresi dalla radio la notizia della morte di Borsellino, ormai sapevo benissimo chi fosse e quanto importante fosse stato il suo ruolo. Ero scon­volta e non riuscivo a capacitarmi che lo Stato non fosse riuscito ad evitare la sua morte annunciata.

E poi, quanta emozione conoscere qualche tempo dopo, in un incontro organizzato dalla scuola, Antonino Caponnetto. Una indimenticabile lezione di vita e di legalità. Con lucidità e pacatezza, in modo semplice e senza alcuna retorica, testimoniò l'attività del pool di Palermo, i suoi successi e le sconfitte. Ci disse che sentiva essere suo preciso dovere informare le giovani generazioni sul fenomeno mafioso e sui suoi collegamenti, un im­pegno che aveva preso davanti alle bare di Giovanni e Paolo, perché dal loro sacrificio potesse nascere una nuova mentalità.

Da quel momento, negli anni che seguirono, senza che me ne rendessi pienamente conto, l'esempio di Falcone e Borsellino ha profondamente influenzato ogni mia impor­tante decisione; si è così andata gradualmente radicando in me l'idea di iscrivermi a legge per fare il magistrato "per potere fare qualcosa per gli altri", consapevole del fatto che questo lavoro ti dà il privilegio di mettere a disposizione il proprio sapere per contribuire a costruire nella legalità una società più giusta.

Falcone e Borsellino: due personalità diverse, ma in certo modo complementari, che hanno profondamente inciso nella mia formazione.

E anche adesso, che sono un magistrato che svolge la sua attività lavorativa in una città del nord est, in una situazione del tutto diversa da quella della Palermo degli anni Ottanta e Novanta, sento l'orgoglio di un legame di "colleganza" che mi stimola ad essere perlomeno degna di questi grandi modelli.

Quella di Giovanni Falcone non è soltanto la storia di un eroe del quotidiano, di un magistrato che ha scelto di combattere la mafia, ben consapevole del rischio che correva.

È anche, e soprattutto, la storia di un uomo solo, dei mille ostacoli che ha dovuto af­frontare per poter lavorare, dei mille attacchi che ha dovuto subire, delle difficoltà che gli sono state opposte anche all'interno della magistratura, dei misteri di un attentato an­cora tutto da chiarire.

Da Rocco Chinnici aveva appreso l'importanza del lavoro di squadra, cosa non sempre facile per un magistrato abituato a lavorare nella solitudine delle sue carte, assumendo nel pool un fondamentale ruolo di coordinamento, grazie anche alla sua naturale leader­ship.

Un uomo che ha sempre ritenuto che "ogni azione debba essere portata a termine"; un uomo che non si è mai chiesto se doveva "affrontare o no un certo problema ma solo come affrontarlo", un uomo che ha saputo sfruttare la sua intelligenza e la sua memoria,

istruendo solo processi che si potessero vincere e non per fare mera propaganda politica. "Occorre procedere con la massima cautela e bisogna verificare a ogni passo il confine tra noto ed ignoto e non sperare mai che altri possano colmare le nostre lacune"1.

Un uomo che ha saputo fare della sua capacità al lavoro la sua forza. "Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso e non mi erano necessarie particolari illuminazioni per capire che la mafia era una organizzazione criminale"2.

Un uomo che ha posto il massimo impegno nel servire lo Stato, pur essendo consa­pevole che questo, spesso, non era in grado di fronteggiare un fenomeno di tale ampiezza qual era la mafia, dimostrando di non avere paura nemmeno davanti all'avvertimento che gli diede Buscetta prima di iniziare la sua collaborazione: "L'avverto signor Giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisi­camente e professionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto che ha aperto con "cosa nostra" non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?"3.

Un uomo che sapeva ascoltare perché voleva "capire"; autorevole coi pentiti, ma non arrogante, per trarre dalle collaborazioni il massimo dei vantaggi per la giustizia.

Un uomo che aveva scelto l'ironia per contrastare scelte istituzionali spesso non con­divise, che, pur consapevole dei rischi, non faceva del protagonismo ed evitava di prote­stare pubblicamente. Che, a seguito del mancato riconoscimento da parte del CSM del valore della sua opera, si limitò ad affermare, come riferito da Fernanda Contri componente del CSM negli anni 1986-90)... "Ma voi lo avete capito che ilCSM mi ha consegnato alla Mafia? Quella sentenza di morte che nei miei confronti hanno emesso tempo fa adesso sanno che la possono eseguire perché i miei (cioè i magistrati) non mi vogliono".

Un uomo che nutriva un profondo senso dell'amicizia che lo portò a schierarsi in di­fesa di Borsellino, quando questo denunciò nel 1988 il dissolvimento del pool antimafia."Ho tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di istruttoria sulla cri­minalità mafiosa le inevitabili accuse di protagonismo e di scorrettezza nel mio lavoro. Rite­nendo di compiere un servizio utile alla società; ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattasse di uno dei tanti inconvenienti inerenti alle funzioni affidatemi… Paolo Bor­sellino della cui amicizia mi onoro ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti. Come risposta è stata innescata una indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto riducendo tutto a una bega fra cordate di magistrati"4 .

Un uomo che ha affrontato tutto con il sorriso, riuscendo a mantenere la sua ironia dissacrante anche nei giorni dell'attentato dell'Addaura, quando fu addirittura accusato di avere progettato lui stesso l'attentato per ottenere un posto di procuratore aggiunto a Palermo: "questo è il paese felice che se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode la colpa e tua perché non la hai fatta esplodere".

Un uomo che ha sempre manifestato un forte senso dello Stato in ogni ruolo fosse chiamato a svolgere il suo lavoro; un uomo che ha dato uno straordinario contributo come Direttore degli affari penali, lavorando per costruire gli strumenti mancanti a livello legislativo alla lotta contro la mafia attraverso provvedimenti idonei a coordinare le forze dello Stato, la magistratura e le forze di polizia per contrastare il crimine organizzato.

È impossibile parlare di Giovanni Falcone senza affiancarlo alla figura, altrettanto straordinaria, di Paolo Borsellino.

È stata per me una straordinaria esperienza e una forte emozione quando, nel tour giudiziario che precede ogni scelta della sede, sono stata a Marsala. Vedere la sede del Tri­bunale in cui Borsellino era stato procuratore capo mi ha profondamente commosso ed inorgoglito, pur consapevole della mia inadeguatezza nello svolgere il suo stesso lavoro.

Poco tempo fa mi è capitato di leggere la lettera che il figlio Manfredi ha scritto il 19 gennaio 2011, in occasione del 71esimo compleanno del padre. Ne emerge la personalità di un uomo che era solito mettere il dovere prima di se stesso, anche se ciò comportava il sacrificio della propria famiglia: "...dal 23 maggio al 19 luglio in mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustifi­cavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da Padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradual­mente e quindi senza particolari traumi noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo preparati qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell'amico e collega Giovanni".

Un uomo coraggioso che ha saputo affrontare i rischi con ironia ed un certo fatalistico distacco. Al pentito Calcara, che dopo la morte di Falcone temeva per la sua vita, Bor­sellino disse: "Chi ha paura muore ogni giorno, chi non paura muore una sola volta".

Un uomo che ha sempre svolto in silenzio il suo lavoro, ma che è stato pronto a su­perare la sua riservatezza e ad esporsi pubblicamente quando è stato messo in pericolo il lavoro del pool. È impossibile non ricordare quanto disse a proposito della mancata no­mina di Falcone: "fino a qualche mese fa tutto quello che riguardava "cosa nostra" passava sulla scrivania di Falcone e su quella di altri tre giudici istruttori, adesso il consigliere Meli, dopo un tira e molla di qualche mese, è diventato titolare dello stralcio del maxiprocesso. Du­bito, senza mettere in discussione la bravura, l'onestà e la competenza di Antonino Meli che il nuovo consigliere possa aver acquisito in un paio di mesi una tale conoscenza del fenomeno mafioso... Al posto di Meli si sarebbe dovuto nominare Falcone per garantire la continuità all'ufficio. Ormai le indagini si disperdono in mille canali e "cosa nostra", intanto, si è rior­ganizzata come prima più di prima"5.

Un uomo che non ha mai avuto paura di esprimere con forza le sue idee, pur consa­pevole delle conseguenze che ne sarebbero potute derivare "io rischiai conseguenze profes­sionali gravissime e forse l'avevo messo in conto. Ma almeno l'opinione pubblica lo deve sapere e lo deve conoscere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti non deve morire in silen­zio".

Un uomo dotato di una straordinaria umanità, capace di mostrare le sue debolezze come solo un grande uomo può permettersi di fare, tanto da ammettere, a seguito della morte di Falcone, come riferito da Antonio Ingroia, un tempo suo sostituto a Marsala: "mi sento invecchiato in pochi giorni di dieci anni perché ho perso un grande amico e il mio scudo, mi sento più nudo, più solo, più indifeso. Giovanni Falcone era anche il mio scudo e con la sua morte ho perso il mio scudo".

Un uomo dotato di uno straordinario senso dell' amicizia, tanto da fare sua ogni lotta combattuta dal suo collega amico, così come ha lui stesso ricordato ad un mese dalla morte di Falcone "quando Falcone solo per continuare il suo lavoro propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro e nel giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo e preferì Antonino Meli"6 .

Un uomo che ha sempre combattuto fino all'ultimo, dimostrando un impegno ed una energia straordinari nel cercare gli assassini di Falcone, pur essendo consapevole del rischio che correva: "Queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto nell'immediatezza di questa tragedia ha fatto pensare a me e non soltanto a me che era finita anche una parte della mia, della nostra vita7".

Un uomo che, convinto della necessità di coinvolgere i giovani, si è impegnato a dif­fondere la cultura della legalità, combattendo quella sottocultura mafiosa ancora così dif­fusa presso le giovani generazioni "la lotta alla mafia deve essere anzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".

Senza alcuna retorica, devo confessare che per me è un onore poter contribuire a ri­cordare con questo mio piccolo intervento, quale giovane magistrato, due straordinari personaggi come loro. Due uomini che hanno svolto il proprio lavoro credendo profon­damente non in un ideale astratto, ma nello Stato così com'è, con i suoi limiti ed i suoi difetti, contribuendo a creare un movimento di opinione che ha espresso rinnovato co­raggio ed una ritrovata dignità di popolo. Pur nutrendo nei loro confronti una profonda stima, strettamente connessa ad un altrettanto profondo senso di inadeguatezza nello svolgere il medesimo lavoro, ritengo che il loro esempio non debba portarci a considerarli dei meri eroi, ma punti di riferimento a cui deve tendere ogni nostra azione, consapevoli del fatto che, sebbene siano stati persone con particolari capacità morali e professionali, sono stati e rimangono uomini che ci hanno dimostrato quanto grande possa essere la natura umana.

1 Vedi Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, BUR Saggi, 2010, pag. 43.

2 Vedi G. Falcone, in op. cit., pag. 40. 3 Vedi G. Falcone, inop. cit., 44.

4 Intervento al CSM del 29 luglio 1988.

5 Intervista Repubblica e Unità 20 luglio 1988 6 Discorso alla Biblioteca Comunale di Palermo del 25 giugno 1992. 7 Discorso alla Biblioteca Comunale di Palermo del 25 giugno 1992.