Un boato 19 anni fa

Ignazio De Francisci

Procuratore aggiunto di Palermo

In più occasioni ho ricordato Paolo Borsellino, essendo stato suo allievo, da giovane collega, all'interno del c.d. "Pool antimafia" costituito all'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo. Cominciai a lavorare con lui, e con Giovanni Falcone, nel novembre 1985, subito dopo il deposito della prima ordinanza sentenza del maxi processo. Con altri col­leghi collaborai ai due maxi processi successivi al primo (i cosidetti bis e ter) e rimasi a lavorare in quell'Ufficio fino all'avvento del codice del 1989 che soppresse l'Ufficio Istru­zione e con esso una parte non piccola della nostra vita professionale.

Conobbi Paolo nel 1977 quando ripresi a frequentare Palermo, dopo una parentesi romana durata circa sette anni, poco prima del tirocinio in magistratura che iniziai a giu­gno di quell'anno. Fu mia moglie, allora ancora fidanzata, a presentarmelo; c'era infatti una antica amicizia tra mio suocero e il suocero di Paolo, Angelo Piraino Leto, indimen­ticabile magistrato dalla sterminata cultura giuridica che concluse la lunga carriera come Presidente della Corte di Appello di Palermo.

Frequentare Paolo e frequentare Magistratura Indipendente fu un tutt'uno. Avevo co­minciato a Roma con M.I., mi fu naturale continuare a Palermo e trovai in Paolo un af­fascinante Maestro anche di vita associativa. Paolo vi ritrovava gli ardori giovanili spesi nelle organizzazioni universitarie, proprio quelle spazzate via dal 68. Ricordo che me ne parlava con entusiasmo, raccontandomi la vivace dialettica che le contraddistingueva. Osservare Paolo nella riunioni associative era istruttivo e anche divertente. Abile, astuto, sapeva trattare con gli anziani, e trascinare noi giovani. Sapeva guardare lontano e sapeva contare i voti, partecipava personalmente allo spoglio delle schede, armato di biro e blocco di carta, lanciando qua e là commenti e battute.

Mi fa piacere ricordare Paolo e il suo impegno in M.I. perché questo impegno era una parte, forse non la più importante, ma certamente significativa, del suo essere uomo e magistrato. Paolo in tutta la sua vita è stato sempre fedele alle sue idee ed è stato fedele a M.I. anche in quei momenti, e non sono stati né pochi né di poco conto, nei quali

M.I. non è andata nella direzione alla quale tendeva Paolo. Basti pensare alla dolorosa vicenda della mancata nomina di Giovanni Falcone al posto di Consigliere Istruttore del Tribunale di Palermo e alle polemiche che ne seguirono. Non credo di esagerare se dico che l'attuale zoccolo duro di M.I. a Palermo, (che è di questa corrente uno dei pilastri a livello nazionale) è stato formato con l'apporto fondamentale di Paolo.

Ma ricordare Paolo, fare esercizio di memoria in questo Paese che non ha memoria, è anche ricordarLo come magistrato rigoroso, serio, dotato di una carica di umanità dav­vero particolare, non facile da trovare nella nostra corporazione e anzi, mi sembra, oggi ancor più rara. Paolo aveva la dote di saper attrarre i giovani colleghi, di fare scuola, di scovare talenti o comunque di valorizzare tutti. Era un esempio di attaccamento al lavoro, quotidiano, instancabile. È rimasta famosa la sua battuta (che forse era più uno sfogo che una battuta), sui colleghi che il sabato non andavano in ufficio, quasi, diceva, che avessero il contratto dei bancari.

E, infine, ricordare Paolo sarebbe riduttivo senza fare riferimento alla sua fede catto­lica, convinta, semplice, ma salda perché costruita sulla roccia. Anche in questo delica­tissimo campo dava l'esempio con pochi cenni, rare parole, qualche aneddoto.

Conosceva le Scritture, non ne faceva sfoggio, ma ogni tanto "infilava" qualche rife­rimento azzeccato. Ci insegnava a essere padri di famiglia, nel senso pieno del termine, soprattutto con l'esempio. Parlava spesso dei figli, della famiglia intesa come parte di ognuno di noi, che senza di essa non è completo.

Nel 1986 Paolo riesce ad andare a Marsala come Procuratore della Repubblica; era giovane, anzi giovanissimo, appena 46 anni. Superò un paio di colleghi, assolutamente perbene ma con diverse e meno pregnanti esperienze lavorative. Da questa vicenda prese spunto qualche mese dopo Leonardo Sciascia nello scrivere il suo famoso articolo che tanto scalpore provocò e che addolorò profondamente sia Paolo che Giovanni Falcone. Ma, anche in questa occasione, non udii da Paolo alcunché di offensivo nei confronti del famoso scrittore racalmutese, solo stupore e voglia di capire. Come è noto i due si in­contrarono, si chiarirono e si capirono. Paolo diceva che gran parte di quello che sapeva sulla mafia l'aveva imparato dai libri di Sciascia. In quegli anni (1986-1992) frequentai poco Paolo, era quasi sempre a Marsala, noi a Palermo senza di lui eravamo un po'orfani, ogni tanto veniva a trovarci in ufficio, guidava l'auto da solo, era senza scorta e ricordo l'Alfetta nuova, amaranto, della quale andava orgoglioso, con la quale a volte mi dava un passaggio verso casa, fumando, trasformando così l'auto in una camera a gas.

Ben presto (inizi 1988) fummo travolti dal c.d. caso "Meli-Falcone" che di fatto ral­lentò non di poco l'azione antimafia. All'inizio del 1991 il ministro Martelli chiama Gio­vanni Falcone a Roma, quello fu il periodo nel quale mi sentii veramente solo, senza punti di riferimento, rimasto in un ufficio (dove ero arrivato qualche settimana prima della partenza di Falcone) che lo aveva di fatto "espulso". L'unica speranza era Paolo che, per fortuna, all'inizio del 1992 torna a Palermo come Aggiunto applicato alla Procura della Repubblica.

Ricominciò così la frequentazione lavorativa, avevo di nuovo la sua stanza come punto di riferimento, trovavo sempre in lui consiglio e conforto. Mi chiese subito di lavorare con lui nelle indagini sulla mafia di Trapani e Marsala; era questa la sua delega che in un primo tempo escludeva Palermo per una ben precisa scelta del Procuratore Capo del-l'epoca. Cominciammo così a lavorare insieme, era arrivato anche Antonio Ingroia che Paolo aveva scovato a Marsala. Ricominciava anche a Palermo a fare proseliti.

La strage di Capaci lo schiantò dentro, lo ricordo oppresso dall'angoscia; però si pro­digava per accelerare le procedure di risarcimento per i familiari delle vittime. Pensava sempre agli altri, si preoccupava delle nostre scorte. Un giorno andai al bar del palazzo di Giustizia da solo a prendere un caffè, tornai come faccio anche adesso salendo le scale. Lo trovai alla fine della rampa, mi chiese subito perché fossi da solo e dove fosse la scorta. Di quei giorni tra le due stragi ho ricordi confusi, un film sfocato. Non dimentico però che quando il ministro Scotti lo propose in una intervista come Procuratore Nazionale Antimafia egli mi disse: "Non voglio alcun vantaggio dalla morte di Giovanni Falcone". Principi etici oggi largamente scomparsi. Di certo lui lavorava in Italia e all'Estero, con foga e ostinazione. Ricordo la telefonata che gli feci sul cellulare per San Paolo, il 29 giu­gno, e le sue "polo", con la foglia di alloro a sinistra, e le ultime interviste televisive. Poi il boato, che spalancò il balcone della mia camera da letto .