Una voce urlante: "è morto, è morto!"

Francesco Crescimanno

Avvocato del Foro di Palermo

Quando ho incontrato, per la prima volta, Paolo Borsellino?

Non lo ricordo esattamente. Il fatto è che i primi rapporti tra me e Paolo risalgono all'adolescenza e sono legati alla frequentazione tra mia sorella e una delle sue sorelle, che erano compagne di scuola e amiche.

Il primo incontro, la prima conoscenza, superficiale, risale quindi agli anni giovanili. La conoscenza vera è arrivata dopo, però, quando ho iniziato ad esercitare l'avvocatura. All'epoca Borsellino era ancora pretore di Monreale.

Ma dopo poco tempo sarebbe approdato all'ufficio istruzione di Palermo e i nostri rapporti sarebbero così divenuti più frequenti. Peraltro, al rapporto professionale si ag­giungeva una fitta rete di amicizie comuni.

La moglie di Paolo, Agnese, figlia del Presidente Piraino Leto, era amica di mia moglie; alcuni dei nostri figli andavano a scuola insieme.

Fu l'omicidio del Capitano Basile a farci stringere, però, un rapporto più intenso e a farci lavorare fianco a fianco. Qualche mese dopo quell'omicidio, infatti, l'allora Coman­dante provinciale dei Carabinieri di Palermo, il colonnello Subranni, mi chiamò per ve­rificare la mia disponibilità ad accettare la difesa di parte civile della famiglia Basile. Il mio nome era stato fatto in ambiente giudiziario, forse dallo stesso Paolo, certamente da Pietro Sirena.

Dopo averci riflettuto, decisi di accettare l'incarico. A quell'epoca le difese di parte civile nei processi di mafia erano non frequenti e comportavano, evidentemente, un grande impegno e anche qualche rischio.

Giudice istruttore di quel processo era appunto Borsellino che, per continuare a se­guirlo personalmente, aveva revocato la propria richiesta di trasferimento alla Sezione ci­vile del Tribunale. Paolo si sentiva responsabile di quell'omicidio, perché dalle indagini svolte era emerso che il capitano Basile era stato assassinato per avere svolto degli accer­tamenti, delegatigli proprio da lui, su un parente di Totò Riina.

È difficile descrivere, in modo preciso, il temperamento di Paolo.

Alternava momenti di tristezza, in cui diveniva cupo, pensieroso, a fasi di allegria e giocosità. Era un uomo che si faceva pienamente carico dei problemi degli altri, accol­landosene spesso tutto il peso e la responsabilità.

Si potrebbero raccontare tanti aneddoti piacevoli su di lui. Ricordo che ogni tanto ti­rava fuori un foglio di carta a quadretti con cui, grazie a degli schemi e delle sigle, in­comprensibili per chiunque altro, era in grado di ricostruire con esattezza lo stato di ogni processo passato dalle sue mani. Sapeva dirti, in qualunque momento, a che punto e in quale ufficio fosse e a chi fosse stato assegnato.

E i suoi fascicoli non erano certo pochi.

Con Falcone, nonostante la grande diversità di temperamento, si era creata una grande amicizia ed un affiatamento fuori del comune. Si divertivano a farsi reciprocamente il necrologio, scherzavano spesso, insieme, su quella condizione di continuo pericolo in cui vivevano. Li univa, evidentemente, anche una certa capacità di ironizzare sul loro ruolo e sui pericoli del loro lavoro.

Ricordo perfettamente i giorni precedenti la strage di Capaci.

Rappresentavo Giovanni Falcone in due procedimenti per calunnia e per questa ra­gione, per parlare di questi processi, avevamo deciso di vederci.

Così domenica 17 maggio, approfittando del fatto che ero a Roma per un'udienza in Cassazione che avrei dovuto seguire il giorno dopo, mi incontro con Giovanni e Francesca e, insieme anche a Giuseppe Ayala, andiamo a mangiare al ristorante la Carbonara, a Piazza Campo dei Fiori. Siamo poi, di nuovo, a pranzo insieme con Giovanni, il merco­ledì successivo. Il giorno dopo, giovedì 21 maggio, quando ero già tornato a Palermo, Giovanni mi chiama al telefono per sapere se il viaggio era andato bene. Lo ringrazio della sua gentilezza e del tempo trascorso insieme e rimaniamo d'accordo di incontrarci a Palermo non appena fosse rientrato da Roma. Non ci saremmo, invece, più visti.

Due giorni dopo infatti, il pomeriggio di sabato 23 maggio del 1992, mentre sono a studio con una cliente, all'improvviso mi chiama al telefono un collega, riferendomi di aver saputo dal figlio, appena tornato dal mare, di un attentato a Punta Raisi contro Fal­cone. Rimango senza parole, per un attimo non so cosa fare. Poi mi ricordo che Gioac­chino Natoli, un magistrato della Procura di Palermo, amico anche di Giovanni, ha un telefono portatile. Lo chiamo subito su quel numero.

A rispondermi è una voce urlante: "è morto, è morto !"

Allora esco immediatamente da studio, mi metto in macchina e mi dirigo a tutta ve­locità verso l'Ospedale Civico di Palermo. Paolo Borsellino è già lì: furioso, sconvolto, fuori della grazia di Dio, incapace di calmarsi e di sentire ragioni.

Riesco a vedere, un'ultima volta Giovanni e Francesca.

Il corpo di Giovanni è appoggiato su una barella, composto, non si notano ferite, è già cadavere. Quello di Francesca Morvillo, non ancora deceduta, è orrendamente mu­tilato. È difficile dire di più di quei momenti. Mi vengono in mente, infatti, senza solu­zione di continuità, le immagini del successivo attentato a Paolo, del suo corpo scara­ventato lontano e martoriato, dello scenario infernale che vidi il 19 luglio a Via d'Amelio. Paolo non si era dato pace dopo l'attentato di Capaci e la morte di Giovanni e di Fran­cesca. Si era gettato in un lavoro disperatissimo, senza tregua, da cui non emergeva mai. L'avevo incontrato subito dopo la Messa per il trigesimo della morte di Falcone e mi aveva mostrato una penna stilografica: era appartenuta a Giovanni e gliela avevano rega­lata le sorelle Anna e Rita. È veramente difficile poter far comprendere quanto fosse com­mosso per quel dono. Lo incontrai di nuovo, l'ultima volta, proprio il sabato prima della sua morte, nel corridoio della Procura.

"Che fai qui a quest'ora di sabato?", mi venne di chiedergli.

"Sono venuto a salutare i colleghi" mi rispose, con una frase che non sono più riuscito a dimenticare, profetica di quanto sarebbe accaduto l'indomani.

È veramente difficile riuscire a non farsi sopraffare dall'emozione quando si ricordano uomini, magistrati come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Ed è difficile poter rendere, ricordando singoli episodi, tutta la loro umanità ed intel­ligenza. Mi viene però in mente una cosa che ha a che fare con i giovani e che voglio rac­contare perché credo che questi miei ricordi si debbano concludere con una parola di speranza, con quanto i giovani hanno saputo insegnare a tutti noi dopo la morte di Fal­cone e di Borsellino.

Uno dei primi magistrati che intuirono il ruolo che poteva giocare la cultura nella lotta alla mafia, del valore di certi insegnamenti, fu il Consigliere Rocco Chinnici, ucciso anche lui barbaramente nel 1983.

Chinnici si recava spesso nelle scuole, parlava ai giovani, cercava di far comprendere loro che male terribile fosse la mafia.

Subito dopo la morte di Falcone, anche Paolo Borsellino si impegnò in questo sforzo di comunicazione, quasi per passare il testimone alle nuove generazioni.

Lo ricordo in una di queste occasioni, al Liceo Umberto di Palermo, tesissimo, ner­voso, costretto all'improvviso ad interrompere il suo discorso da una telefonata che lo fece scappare in ufficio. Nonostante questo, credo che nessuno di quei ragazzi abbia po­tuto dimenticare le Sue parole.

Parole su Giovanni Falcone, sulla sua morte, sulla mafia, ma anche parole di speranza, perché Paolo Borsellino, come Giovanni Falcone, era certo della vittoria finale dello Stato, della vittoria della Gente e dei Giovani.