Una stagione particolare

Caterina Chinnici

Magistrato, Assessore della Regione Sicilia

La figura di Paolo Borsellino è per me legata inscindibilmente alla figura di mio padre, Rocco Chinnici, ed il suo ricordo porta alla mia memoria inevitabilmente il ricordo di mio padre: entrambi uomini e magistrati con un tratto umano ed una personalità molto simili. Entrambi nati il 19 gennaio, erano dotati di profonda umanità; avevano lo stesso aspetto apparentemente severo, lo stesso sorriso aperto che, prima per mio padre e suc­cessivamente per Paolo, si era velato nel tempo di tristezza; entrambi condividevano la passione per il proprio lavoro, consolidatosi in un rapporto di intensa collaborazione e sostenuto da una profonda amicizia.

Per questo mi piace ricordare Paolo con le sue stesse parole ed in particolare rileggo spesso il volumetto"L'illegalità protetta"che raccoglie i pochi interventi pubblici di mio padre dei quali è rimasta traccia scritta. E mi soffermo ogni volta, sempre con profonda emozione, sulla prefazione, scritta nel dicembre del 1989 da Paolo che ricorda l'impegno di magistrato e di uomo di mio padre, la storia giudiziaria della Sicilia tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, e la testimonianza dell'attività di pochi uomini,"Chin­nici in prima linea", che avendo intuito la profonda essenza e la pericolosità della crimi­nalità mafiosa, con le loro indagini hanno avviato un'attività giudiziaria coraggiosa ed incisiva, che ha cambiato la storia della nostra terra pur in mancanza di strumenti legi­slativi adeguati, fin da allora richiesti e sollecitati e che solo in seguito avrebbero consen­tito di combattere efficacemente le organizzazioni criminali mafiose.

È, infatti, proprio Paolo Borsellino che descrive la personalità di mio padre, la sua acuta capacità di analisi del fenomeno mafioso, del quale divenne profondo conoscitore, intuendo i segreti e gli intrecci perversi fra mafia, politica e mondo degli affari in un'epoca in cui era già difficile accettare il concetto dell'esistenza stessa della mafia, spesso definita, ed anche in sede autorevole, "volgare delinquenza", ancor prima che queste verità tro­vassero conferma nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che hanno aperto la strada alla conoscenza effettiva del fenomeno mafioso.

Ed è ancora Paolo Borsellino che ricorda come Rocco Chinnici credesse fermamente nella necessità del lavoro di gruppo e "ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre co­munque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di cir­colazione di informazioni fra isuoigiudici".

"Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua morte avremmo costituito il così dettopool antimafia ­scrive Paolo Borsellino. Ci prospettò lucidamente le difficoltà ed i pericoli del lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze e condizionamenti: ché allora, con carica non meno insidiosa dell'arrogante tracotanza di oggi, così si manifestavano gli ostacoli frapposti dallapaludeal nostro lavoro".

Ed è sempre Paolo Borsellino che ricorda come mio padre avesse avvertito per primo la necessità di affiancare al suo compito istituzionale di giudice un impegno civile di più ampio respiro volto a debellare le radici socio-economiche e culturali della mafia, andando nelle scuole, incontrando professori e studenti, "presiedendo dibattiti, partecipando a ta­vole rotonde, rispondendo a tutte le domande che gli venivano rivolte", per stimolare la formazione nei giovani di una nuova coscienza, "impensabile nelle precedenti genera­zioni", che rifiutasse la mafia e la tentazione di convivere con essa.

Ed è proprio Paolo Borsellino che mio padre, nel frattempo diventato Capo dell'Uf­ficio Istruzione del Tribunale di Palermo, scelse per me, giovane uditore giudiziario, come magistrato affidatario durante il periodo di tirocinio presso quell'Ufficio, evidentemente "riconoscendosi" in quel giudice che è stato il suo primo e più diretto collaboratore e che, dopo la sua morte, avvenuta nella prima strage di mafia del 29 luglio 1983, ha con­tinuato a lavorare, insieme a Giovanni Falcone, all'istruzione di quel procedimento "allora detto 'dei 162', che costituì l'embrione iniziale del primo maxi-processo alle cosche ma­fiose".

Mio padre e Paolo amavano entrambi le proprie famiglie ed i propri figli. Erano i figli, ai quali hanno sempre fatto sentire la propria "presenza" e il proprio affetto, ed il pensiero di non riuscire "a vederli sistemati", l'unica preoccupazione di due uomini ac­comunati da quella che mio padre aveva definito "la religione del lavoro", quotidiana­mente confermata dalla scelta di portare avanti senza riserve le indagini nei confronti della criminalità organizzata mafiosa, nella "semplice" convinzione di compiere "il pro­prio dovere" di magistrato "forse così dimenticando tutto e tutti, anche le nostre fami­glie", come ebbe a dire mio padre, nella consapevolezza delle difficoltà e del rischio personale, ogni giorno più elevato, che tuttavia non è mai riuscito a demotivarli, a fer­marli, ad impaurirli.

Sono tanti i ricordi che ho di Paolo Borsellino, alcuni personali, come le gite in cam­pagna con le nostre famiglie (delle quali ogni tanto parliamo con il figlio Manfredi) nel periodo in cui la tensione a Palermo non era ancora così elevata; altri legati al periodo del mio tirocinio all'Ufficio Istruzione, durante il quale vedevo spesso mio padre parlare "fitto-fitto", in una sorta di complicità che forse allora non comprendevo fino in fondo, con i suoigiudici Paolo e Giovanni, delle indagini che approfondivano sempre di più le conoscenze sui collegamenti politici ed economico-finanziari delle cosche e che toccavano alle radici gli interessi più consistenti della mafia. Allora, trascorrevo le mie giornate in­sieme a Paolo, che mi "assegnava" i fascicoli da studiare: leggevo i suoi provvedimenti, le richieste istruttorie e conclusive dei processi a lui assegnati e lo affiancavo nell'attività istruttoria che quotidianamente svolgeva, cercando di fare tesoro di ogni sua parola, di ogni suo insegnamento.

Paolo Borsellino è stato per me un maestro, un modello di magistrato, un esempio da seguire per la sua esperienza giudiziaria e per la sua saggezza umana. Ritrovavo in Paolo lo stesso modo di essere di mio padre: lo stesso impegno contro la mafia avvertito come una scelta di vita, un impegno civile basato sulla cultura, sul sentimento, sull'idea dello Stato. La scelta consapevole della legalità, della democrazia, delle istituzioni. Scelta operata con profonda spiritualità, con serenità, con fermezza, con coerenza verso i propri ideali.

Impegno che Paolo Borsellino ha portato avanti dopo la morte di mio padre, prose­guendo nell'istruzione dei procedimenti già avviati ed anche in quell'opera di diffusione della cultura della legalità fra le giovani generazioni, dedicando tempo ed energie agli in­contri con giovani studenti palermitani ai quali portava la testimonianza del suo impegno per l'affermazione dei valori di verità e giustizia; attività, questa, che ha prodotto dopo le stragi del '92 uno straordinario movimento, l'avvio di quella "mobilitazione delle co­scienze" nella quale mio padre confidava perché ciascuno potesse vivere finalmente "da cittadino libero in una società migliore".

Il ricordo di mio padre, di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, di tutti gli uomini (molti dei quali ho conosciuto personalmente) che sono caduti nell'esercizio del proprio dovere contro la illegalità e la criminalità, mi accompagna ogni giorno. Il loro impegno, portato fino all'estremo sacrificio, rappresenta una grande eredità morale rivolta ai giovani che, come conclude Paolo Borsellino nella prefazione a"L'illegalità protetta", "Sono i pos­sessori di un lascito duraturo. Ad essi si riferisce il Cardinale Pappalardo nella sua omelia funebre del 30 luglio 1983:Conosce il Signore la via dei buoni, la loro eredità durerà nei secoli".