Ricordo di Francesca Morvillo

Maria Teresa Ambrosini

Avvocato generale presso la Procura della Corte di Appello di Palermo

Sono trascorsi diciannove anni da quel tragico pomeriggio del 23 maggio in cui con inaudita, vile ferocia venne dalla mafia compiuto il sacrificio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Il trascorrere del tempo ha fatto sì che allo strazio profondo, alla bruciante sofferenza sia subentrato un dolore sopito che ogni ricordo stimolato da una data, un luogo, una persona, un accadimento fa riemergere (riaffiorare) con un'intensità acuta, penetrante che riporta immediatamente alla memoria le immagini strazianti di quella tremenda gior­nata. Di quella interminabile nottata in cui ho assistito, con un'angoscia di intensità pari alla rabbia, alla fine di un'amica dolce, riservata e discreta quale era Francesca Morvillo.

L'avevo conosciuta nell'estate del 1996: allora ero uditore alla Procura presso il Tri­bunale di Palermo, e Guido Morvillo, sostituto presso quella Procura, volle che incontrassi Francesca, sua figlia, studentessa universitaria al penultimo anno di giurisprudenza. De­siderava che le parlassi dell'esperienza del mio ingresso in questa professione appena aperta alle donne perché auspicava che Francesca abbracciasse la sua stessa attività. Questa figlia, per la quale trapelava apertamente il suo orgoglio, mostrava di avere le sue stesse doti racchiuse in un'esteriorità bella e austera: un impegno estremamente serio e severo verso lo studio, un rigore morale e una grande dignità.

Francesca non lo deluse: laureatasi l'anno successivo, partecipò nel marzo del 1968, appena ventiduenne (era nata il 14 dicembre 1945), al concorso per uditore giudiziario che superò brillantemente, e fu nominata con decreto del gennaio 1970. Fu questa la professione che lei scelse a preferenza di altre verso le quali si era pure attivata (sostenne infatti gli esami di abilitazione all'insegnamento e quello di procuratore legale), certo anche per rispettare il desiderio del padre, intanto prematuramente scomparso, e conti­nuare così il cammino per una strada che la appassionava e per percorrere la quale mo­strava di avere tutte le necessarie qualità.

La incontrai nuovamente nel febbraio del 1972 allorquando, dopo un anno circa di permanenza presso la Sezione penale del Tribunale di Agrigento, venne trasferita alla Pro­cura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, in quello stesso Tribunale ove anch'io, negli stessi giorni, mi ero immessa quale giudice, a seguito della istituzione di autonoma pianta organica di quegli uffici giudiziari. Era sempre giovane e bella come allora, solo più matura e più seria, responsabilmente già immessa nel ruolo di magistrato che viveva con estrema consapevolezza, e già dagli inizi con quella grande pro­fessionalità che dava il dovuto risalto alla sua solida preparazione scientifica.

Abbiamo affrontato insieme, per lunghi anni, l'esperienza minorile che ci gravava di ansie, di inquietudine, ma di impegno civile e sollecito per la delicatezza delle situazioni coinvolgenti soggetti fragili dalla personalità ancora in formazione.

Furono anni quelli in cui la qualità e l'intensità dell'azione della Magistratura minorile erano affatto diverse da quelle attuali, perché diverse erano le condotte, le manifestazioni della devianza giovanile, il numero e la portata dei reati commessi dai minori, meno in­tensa e penetrante la possibilità di intervento sulla potestà dei genitori, diversi, ancora, gli strumenti normativi e operativi a disposizione degli operatori del settore.

Furono anni attraversati da grandi, epocali riforme (quali il nuovo assetto del diritto di famiglia, le forti novità dell'ordinamento penitenziario, la nuova legge sull'adozione e gli affidamenti) che segnarono l'avvio di un impegnativo processo innovativo non solo nel campo del diritto ma, e soprattutto, nella coscienza sociale.

Si iniziò un percorso di crescita verso il riconoscimento del principio di eguaglianza non solo tra i differenti sessi, e quindi tra i genitori, ma tra adulti e minori: questi, infatti, vennero identificati prima solo come soggetti da tutelare perché ancora non completa­mente formati sul piano intellettivo e cognitivo, poi come titolari di pari dignità e pari diritti accordati agli adulti.

In tale scenario anche il ruolo del pubblico ministero minorile, che in quei lunghi anni Francesca Morvillo esercitò, ebbe una sua forte evoluzione: la competenza, che una volta concerneva quasi esclusivamente la conduzione dell'istruzione dei processi relativi a tutti i reati commessi dai minori, si estese con crescente intensità ed incisività (pur se non con la pregnanza di quello oggi conferitogli dalla peculiare normativa) anche all'at­tività a favore dei minori vittime di maltrattamenti, di violenze e che comunque neces­sitavano di un intervento di sostegno e di prevenzione.

Ella interpretò le funzioni affidateLe guidata dal Suo innato trasporto verso i giovani. Questo sentimento Le consentì una comprensione più profonda della loro personalità, delle problematiche che li investivano e quindi della ricerca delle modalità più idonee per aiutarli a superare i periodi di crisi e delle risposte più adeguate alle azioni antisociali eventualmente poste in essere; ancora Le fece avvertire forte l'esigenza di restituire a cia­scun minore la dignità che è propria di ogni essere umano.

Nel rapporto con i minori essa sapeva trovare il giusto equilibrio tra severità e umanità, senza mai trascendere a facili paternalismi e senza mai perdere la dimensione del suo ruolo e la serenità del giudizio. Francesca amava il contatto coi i giovani: l'aveva già spe­rimentato nella sua attività di insegnamento, attività che le era estremamente congeniale e che aveva svolto prima, durante gli anni dell'Università, nelle scuole elementari di un istituto per i figli dei detenuti e poi, per un anno dopo la laurea, quale docente di diritto in un Istituto tecnico statale. Tale esperienza, e in particolare quella vissuta con i piccoli svantaggiati, provati dalla detenzione del padre, la portò a scegliere le funzioni di giudice minorile, aiutandola nell'approccio con i ragazzi e nella comprensione della loro perso­nalità.

Questo impegno Ella svolse con serenità ed equilibrio, con una professionalità sempre più forte e adeguata ai cambiamenti che si svolgevano nella società e nel diritto, con una preparazione giuridica approfondita e costantemente aggiornata, con la disponibilità al confronto con colleghi ed operatori, con quella umiltà che dovrebbe essere dote essenziale in un magistrato e, infine, con una dote, purtroppo molto poco diffusa: un profondo ri­spetto per i diritti degli altri, per la dignità che vedeva in ogni essere umano con cui en­trava in contatto, dal più umile al più autorevole, dal più misero al più degno di considerazione.

Tutte queste qualità, unitamente all'innato, sincero sentimento di riservatezza e di compostezza, La rendevano una Donna speciale, in un mondo in cui predomina il desi­derio di protagonismo, di apparire, farsi conoscere e notare.

Per le sue qualità di equilibrio, serenità, profondità non comuni, e per il garbo e lo stile che in modo particolare la contraddistinguevano, Francesca Morvillo lavorò sempre in buona armonia non soltanto con i colleghi, e in primo luogo con il Procuratore della Repubblica - che subito l'apprezzò e si fidò del suo modo di affrontare l'istruttoria dei processi, anche i più delicati - con il personale e con tutti gli operatori minorili, ma altresì con gli avvocati, verso i quali aveva il debito rispetto per la funzione e per il ruolo.

L'intitolazione al suo nome del Centro di prima accoglienza per i minorenni stabilita dal Ministero di Grazia e Giustizia con decreto del 23 giugno 1992 non è, senza ombra di retorica, che il dovuto riconoscimento di queste sue doti e qualità che Francesca Mor­villo, senza riserve e con dedizione, ha sempre messo al servizio della sua funzione nella quale credeva, e che svolgeva senza incertezze e con determinazione.

Dopo oltre sedici anni, pur consapevole di lasciare un'attività che avrebbe rimpianto, per il peculiare legame che si era creato tra tutti coloro che erano coinvolti nei procedi­menti minorili, connotati da frequenti momenti di confronto e di collaborazione, chiese e ottenne di essere trasferita alla Corte di Appello della nostra città, ove nel luglio 1988 prese possesso delle funzioni di Consigliere presso la terza sezione penale.

Essendo stata anch'io, quasi contemporaneamente, trasferita al Palazzo di Giustizia, ho continuato a lavorare accanto a lei, avendo così modo di constatare direttamente quali spazi sempre più vasti di stima e di considerazione essa si andava creando nel nuovo am­biente di lavoro, ove ben presto venne ritenuta uno dei magistrati con maggiore compe­tenza nella materia penale, e di trovare conferma del suo stile di lavoro anche nello svolgimento delle funzioni giudicanti, specie nei processi impegnativi e delicati, dei quali fu relatore inappuntabile ed estensore ineccepibile delle sentenze.

Sono stata accanto a lei in quei momenti di tormento e di ansia che le venivano dal condividere la vita di Giovanni Falcone. Ma, per la riservatezza che la distingueva, mai faceva trasparire le sue angosce, le sue preoccupazioni: bisognava soffermarsi nella pro­fondità dei suoi occhi, osservare attraverso il suo sguardo per superare il controllo delle sue emozioni, e così leggere nel suo animo. Infatti, solo nell'intimità del rapporto di ami­cizia lei si lasciava andare alla confidenza, e pur sempre con discrezione.

Al suo posto di lavoro, si impegnava a non trasferire neanche momentaneamente le emozioni della sua vita privata. Nonostante la comprovata solidità della sua preparazione nel capo del diritto penale, sostanziale e processuale, sempre aggiornata con dottrina e giurisprudenza, e la compiutezza della sua esperienza giudiziaria nel settore, Francesca Morvillo aveva sempre rifiutato di partecipare con interventi o relazioni a convegni e in­contri di studio: e non tanto per timidezza quanto per il suo profondo senso di riserbo che la faceva rifuggire da ogni forma di pubblicità.

Aveva, invece, accettato con entusiasmo l'incarico di professore a contratto per la ma­teria "Legislazione del minore" nella Scuola di specializzazione in pediatria presso la Fa­coltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Palermo. Per il puntuale impegno, congiunto alla sua consueta diligenza e umanità, con cui svolse per alcuni anni tale com­pito, di cui mai si fece vanto, per il trasporto e per l'interesse che l'avevano animata nel rapporto con i giovani specializzandi, anche in questo ambiente ha lasciato di sé un vivo ricordo e un vivo rimpianto.

Era una donna veramente particolare: raramente la bellezza esteriore è stata così pie­namente espressione di una completezza di qualità interiori come nel suo caso.

Come moglie e compagna di un uomo dalla personalità di Giovanni Falcone, Fran­cesca Morvillo ha certo avuto, accanto alle gioie e all'appagamento derivanti dall'intensità di tale unione, momenti di turbamento e di ansia vissuti con coraggio, con compostezza, sino all'estremo sacrificio e accettati quale inevitabile conseguenza del profondo impegno civile e morale con il quale Giovanni Falcone svolgeva il proprio ruolo.

Come amica era affettuosa, piena di premure, partecipe della tua vita con discrezione e con generosità: rendeva orgogliosa di esserle vicino, di poter conoscere appieno tutti gli aspetti della sua personalità.

All'assenza in lei di qualsiasi manifestazione di invidia, di orgoglio, di presunzione, si accostava un'estrema modestia e una grande dignità, che tuttavia non le impedivano di manifestare la sua gioia di vivere, la sua allegria, la sua voglia di scherzare, di stare in com­pagnia, di godere d'ogni spettacolo che venisse a distoglierla dai pensieri e dalle preoccu­pazioni giornaliere.

Dolce Francesca, indimenticabile compagna e amica, insostituibile collega e magi­strato esemplare, strappata così crudelmente ai tuoi cari e a questa vita, che il tuo supremo sacrificio -culmine delle tue qualità morali, che rende perenne il ricordo di te e ti ha aperto le porte per una vita migliore, eterna, accompagnata dalle preghiere dei tuoi fa­miliari e di quanti hanno conforto nella fede -non venga vanificato dall'indifferente svol­gere delle vicende quotidiane, ma ci valga da monito e da impegno a rendere a te e a Giovanni quella giustizia terrena per la quale avete immolato la vostra esistenza.