Paolo Borsellino: un uomo buono

Tommaso Virga

Presidente di Sezione del Tribunale di Palermo

Ricordare Paolo Borsellino è sempre una grande emozione, anche se parlare di Paolo non è semplice, perché tanto è stato detto e scritto e si corre sempre il rischio che un'oc­casione di memoria si trasformi nella formale reiterazione di un rito già celebrato. E ciò certamente non sarebbe piaciuto a Paolo, il quale - come ben sanno coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo - detestava i vuoti discorsi retorici, essendo Egli un uomo d'azione, concreto, per il quale più di ogni cosa contavano non le parole, ma i compor­tamenti, non le inutili dissertazioni, ma l'agire di ogni giorno.

E non nascondo che nei tanti anni trascorsi da quel terribile e maledetto 1992 ho ascoltato tanti ricordi e commemorazioni da ricavarne io stesso un gran desiderio di si­lenzio, nella convinzione che con gli amici che non sono più con noi si parla solo nel si­lenzio e nell'idea che il modo più concreto per adempiere il dovere di testimonianza e tenere vivo il ricordo di Paolo è, per coloro che lo hanno conosciuto e seguito nei suoi impegni professionali ed associativi, quello di conformare ai suoi insegnamenti il perso­nale, quotidiano impegno civile.

Però l'inesorabile trascorrere del tempo rischia di rendere insufficiente questo modo di esercizio del dovere di testimonianza, soprattutto nei confronti dei più giovani, che, per le atroci vicende della vita, sono stati privati della possibilità di conoscere direttamente i nostri Eroi, di parlare con Loro, di apprezzarne la grande professionalità e la carica di umanità e di impegno civile.

E' per questa ragione che ho raccolto l'invito di scrivere queste poche righe in ricordo di Borsellino e cercherò di adempiere a quanto mi è stato richiesto senza fare cenno alcuno alla concreta, e peraltro ben nota, attività di Paolo, al suo culto del dovere, ai suoi innu­merevoli e sofferti successi professionali ed alle ultime durissime settimane dopo i tragici eventi del maggio 1992.

Voglio solo ricordare l'Uomo buono, che sapeva "contagiare" la passione per la Giu­stizia e la Verità, il suo entusiasmo e la sua innata insofferenza verso ogni forma di pre­potenza, il Magistrato che sentiva profondo il senso di rispetto della legge, da applicare con rigore ed equità, e che ha avuto il coraggio di difendere le sue idee sempre ed a qua­lunque costo, sapendo essere veramente indipendente ed autonomo.

Due immagini mi ritornano ripetutamente alla memoria e credo che fare esercizio di memoria in questi tempi di dimenticanze non sia un male.

La prima è il ricordo della serenità di Paolo.

La semplice serenità di chi è tranquillo con la propria coscienza, perché sa di non poter essere disturbato, né sviato dai suoi compiti. Questa serenità, che certamente era sostenuta anche dalla sua salda fede religiosa, consentiva a Paolo, sempre attento ad ogni segnale, anche al più impercettibile, di fronteggiare con la semplicità e la fermezza del giusto ogni situazione, dalle più delicate sul piano del lavoro e su quello delle "politiche giudiziarie", che spesso lo hanno condotto pure a formulare severe ed impietose analisi, a quelle per così dire meno impegnative.

A questa serenità si accompagnava la straordinaria insofferenza verso ogni forma di sopruso e la sua trascinante ostinazione nella ricerca della verità.

Tali innate qualità facevano di Paolo Borsellino una naturale guida professionale: sem­pre prodigo di consigli e suggerimenti per tutti coloro che gli si avvicinavano e soprattutto per i giovani magistrati che a Lui si accostavano con assoluta naturalezza, anche per il grande entusiasmo che riusciva a trasmettere, e che finivano per vedere in Paolo un vero e proprio "maestro di vita", non solo professionale. La grandezza di Paolo era nella in­credibile carica di umanità con la quale affrontava ogni vicenda umana e nella sua umiltà, che gli impediva di mettersi in cattedra. I suoi insegnamenti, infatti, non si fondavano mai sull'affermazione di astratti principi o sulla formulazione di vuote teorizzazioni, ma derivavano dalle esperienze vissute, che, da gran conversatore, era in grado di trasmettere ai giovani con assoluta semplicità e, soprattutto, attraverso il racconto di tantissimi aned­doti, spesso tratti dalla sua lunga attività professionale. Tutto ciò faceva di Paolo un polo di naturale attrazione per i più giovani, richiamati dal suo umano carattere di bontà e dall'assoluta trasparenza del suo pensiero.

Di questa capacità di Paolo di affrontare serenamente e con semplicità ogni situazione, anche quelle meno impegnative, sono stato personalmente partecipe e, pur avendone già scritto, desidero richiamare alla memoria ancora una volta due episodi: uno di natura per così dire professionale e l'altro di carattere personale.

All'inizio della mia carriera, quale giudice istruttore, ebbi modo di occuparmi di un processo nel quale compariva un ambiguo personaggio che sembrava esser assai vicino ad ambienti di criminalità organizzata.

Ritornato a Palermo per un breve periodo di ferie, andai a trovare Paolo in ufficio, anche per attingere eventuali notizie su tale personaggio. In quell'occasione non solo Paolo mostrò immediatamente di ricordarne il nome, ma mi riferì in dettaglio e con gran sicurezza i collegamenti con ambienti malavitosi e, con mio grande stupore, tra i numerosi volumi di uno dei tanti processi che invadevano la sua stanza, riuscì persino a trovare le poche righe di un rapporto di polizia, nel quale erano contenuti i pochi riferimenti che avrebbero potuto interessarmi.

Il secondo ricordo personale risale agli anni successivi, dopo il mio rientro in Sicilia, e mi è particolarmente caro, perché costituisce per me un segno concreto della bontà d'animo e della grande serenità con cui Paolo affrontava la vita.

Come spesso accadeva in quegli anni, la sera ero solito fare una breve passeggiata poco prima di cena, e, abitando a poche centinaia di metri da casa Borsellino, talvolta avevo modo di incontrare Paolo che, "armato" di cappotto e cappello, percorreva la stessa strada, a piedi e da solo, verosimilmente nel tentativo di approfittare di un raro momento di li­bertà, lontano dalle scorte.

Epperò, diversamente da quel che accadeva in ufficio, in quelle occasioni le parole che riuscivamo a scambiare erano davvero poche e sempre per volontà di Paolo, il quale, diversamente dalle sue abitudini, mostrava di avere una certa fretta, come se dovesse al­lontanarsi per risolvere qualcosa d'urgente.

Non nascondo che le prime volte rimasi sorpreso da tale atteggiamento, che non era del Paolo Borsellino che io conoscevo, ma poi compresi che quel comportamento era dettato dalla naturale generosità e grande sensibilità di Paolo, il quale temeva di esporre altri ai gravi pericoli ai quali già a quel tempo era esposta la sua persona.

Ma Paolo, ed è questo un indelebile ricordo che intendo rassegnare ai giovani magi­strati, è stato un Maestro anche di vita associativa.

Egli fu stimato ed ascoltato delegato distrettuale di Palermo, presiedette a lungo ed attivamente la sezione distrettuale dell'ANM e fu autorevole presidente del Consiglio Nazionale di Magistratura Indipendente in quegli anni in cui aveva un senso la differen­ziazione in "correnti", perché era vivo ed attuale il confronto ideologico all'interno del­l'ANM, da ciascun associato considerata come la "casa comune" di tutti i Magistrati.

Anche nell'impegno associativo, che costituì una parte senza dubbio significativa, pur se non la più importante, del suo esser Magistrato, Paolo operò come in tutte le sue at­tività e cioè nell'ottica del servizio.

Pur essendo noto l'impegno associativo di Paolo, non ricordo di essere stato "spinto", quale giovane uditore, a partecipare ad una riunione di gruppo, né di essere stato da Lui coinvolto in discussioni "correntizie".

Epperò conoscere Paolo e frequentare Magistratura Indipendente è stato del tutto na­turale, direi spontaneo, per la totale condivisione di quell'idea di Paolo di una magistra­tura seria, impegnata, apolitica, rispettosa dei diritti di tutti e proiettata all'affermazione dei valori della terzietà, indipendenza ed autonomia della giurisdizione.

Egli rappresenta ancor oggi l'esempio di un modo sano e virtuoso di fare associazio­nismo all'interno della magistratura.

I gruppi associativi sono sempre più disegnati dal pensiero dominante come un male da estirpare, come una dimostrazione della propensione dei magistrati di "fare politica".

L'esperienza umana e professionale di Paolo Borsellino, invece, dimostra che non esiste alcuna barriera correntizia e che la vita associativa, quando è condotta con traspa­renza e con dialogo ed all'insegna del conseguimento dei valori più nobili è fonte di ar­ricchimento del magistrato, anche e soprattutto come cittadino.

Il suo esempio, oggi, ci spinge a rifiutare un modello di associazionismo volto alla cura di personali interessi di bottega ed a pensare che il futuro dipenderà dalla capacità di tutti di rivolgerci a quegli ideali che hanno caratterizzato la nascita dei gruppi associativi e di apprezzarne la valenza culturale in un atteggiamento di leale apertura e confronto.

Del resto, a questi valori ed a questo modo d'interpretare l'associazionismo Paolo è stato sempre fedele.

Egli non considerò mai quell'impegno come una sorta di "trampolino" di lancio per altri traguardi, che certamente avrebbe meritato di raggiungere anche nell'interesse della corrente, perché temeva di esser in qualche modo distratto dalla sua attività professionale. Per tale ragione, non volle la carica di presidente di Magistratura Indipendente, né si pro­pose per il Comitato Direttivo Centrale e persino decise di rinunciare a rappresentare il distretto al Consiglio Superiore della Magistratura in un tempo in cui, sia per il suo pre­stigio personale, che per la forza della corrente, la sua elezione sarebbe stata scontata.

Mi chiedo spesso quanti, oggi, sarebbero in grado di operare quelle scelte!

Eppure per Paolo quella scelta fu addirittura naturale, perché egli non dimenticò mai la coerenza con sé stesso e con i valori perseguiti. Anzi, proprio quella coerenza all'idea di un magistrato impegnato, realmente autonomo ed indipendente, sereno e saldamente legato ai valori della giurisdizione, consentì a Paolo di rimanere strettamente legato a Magistratura Indipendente, alla quale dedicò anima e forze, anche in quelle occasioni, che non furono rare e di poco momento, in cui i suoi rapporti con la corrente non furono proprio idilliaci, perché in quel tempo il gruppo non sempre si muoveva nella direzione alla quale Paolo tendeva. Ma anche in quei difficili momenti Paolo dedicò anima e forza alla vita associativa e con le Sue scelte di professionalità, di coerenza e di trasparenza ha contribuito alla formazione di quel patrimonio di valori sui quali si fonda l'identità cul­turale di Magistratura Indipendente.

Ed è proprio questa coerenza, cementata dalla forza delle argomentazioni, che costi­tuiva una delle qualità più visibili ed apprezzate dell'impegno associativo e che rendeva Paolo un naturale punto di attrazione e riferimento per i giovani colleghi, già conquistati dal suo instancabile attaccamento al lavoro quotidiano e dalla giovialità di quell'Uomo buono e sereno, dotato della capacità innata di rassicurare e di trasmettere grandi pas­sioni.

Ricordo Paolo sempre pronto ad ascoltare tutti, abile nel discutere con i colleghi più anziani e capace di porsi come sicuro punto di riferimento per i più giovani.

Partecipare, poi, alle riunioni associative era più che istruttivo e talvolta perfino spas­soso. Il più delle volte Paolo rimaneva in piedi, talora un po' distaccato, come per lasciare lo spazio più ampio possibile agli interventi; di tanto in tanto si aggirava nell'aula di riu­nione con l'inseparabile sigaretta, rimaneva anche a parlare con qualche collega, quando improvvisamente aveva la capacità di lanciare un commento o una semplice e spesso ta­gliente battuta, con cui riusciva a riportare i dibattiti all'interno di corretti binari e, quando occorreva, anche ad attenuare ogni possibile tensione.

Anche questo esercizio di memoria, credo, sia oggi necessario, soprattutto per ricor­dare, a chi dà l'impressione di aver dimenticato, quale dedizione è stata in grado di dare negli anni la magistratura italiana, quali valori essa ha saputo esaltare, non solo con il sa­crificio dei suoi uomini migliori, di tanti colleghi che hanno dato la vita per il persegui­mento di quegli ideali, ma anche con il quotidiano impegno profuso dalla stragrande maggioranza dei magistrati, i quali, nonostante l'assordante clamore, ogni giorno adem­piono i loro doveri con professionalità ed assoluto riserbo, lontano dal richiamo della ri­balta dei mezzi d'informazione.

Ma l'assunzione di responsabilità civile in Paolo Borsellino va ben oltre l'impegno manifestato nell'esercizio della giurisdizione. Egli sapeva che la mafia non è soltanto un fenomeno criminale da perseguire con la legge penale.

Paolo era ben consapevole che la mafia si fonda su una mentalità, si diffonde con una sottocultura e si manifesta anche in atteggiamenti di connivenze, passività ed accondi­scendenze censurabili sul piano civile, anche quando non perseguibili su quello stretta­mente processuale.

Da qui il convincimento in Paolo Borsellino dell'importanza della diffusione della cultura della legalità e soprattutto del necessario coinvolgimento delle più giovani gene­razioni, nella certezza che se si usa l'educazione e se si fa del rispetto della legalità un va­lore, allora la mafia resta un isolato problema criminale di gruppi di individui e cessa di essere un fenomeno sociale.

Ed a questa opera di educazione Paolo ha dato il suo grande contributo, soprattutto dedicando le sue energie al coinvolgimento degli studenti siciliani sul tema della legalità e della lotta alla sottocultura mafiosa.

Ogni tanto provo a pensare quale sarebbe stata la sua reazione rispetto a quanto su questo piano è accaduto negli ultimi anni e sono certo che Paolo avrebbe provato uno straordinario entusiasmo per quegli studenti palermitani che, qualche anno fa, dando l'avvio ad uno straordinario movimento, hanno creato grande scompiglio in Città con l'affissione di un semplice volantino nei pressi degli esercizi commerciali, nel quale si ri­cordava che "Un popolo che paga il pizzo è privo di dignità".

Sono convinto che quei volantini sarebbero piaciuti a Paolo per la forza del gesto e soprattutto per l'immediatezza e per la semplicità del messaggio trasmesso, col quale, con una sintesi estrema, che rasenta la crudezza, è stato ricordato che il pizzo esiste solo perché esiste chi cede e paga e che colui che cede e paga è privo di dignità.

Questa voglia di rivincita e questo desiderio di diventare protagonisti nella lotta alla criminalità organizzata, nel convincimento che l'educazione alla legalità deve essere so­prattutto educazione alla dignità, avrebbe certamente esaltato Paolo Borsellino, il quale sarebbe stato orgoglioso di quei giovani che, nel diffondere quel semplice, straordinario messaggio, si sono fatti artefici di una società rinnovata, pronta ad opporsi ai disvalori della sottocultura mafiosa, divenendo essi stessi straordinari interpreti di una Terra che, ritrovato il coraggio pieno della dignità, "un giorno diventerà bellissima".

Da questi semplici ricordi credo che emerga chiaramente la grande eredità che Paolo ci ha lasciato: quella di un Uomo capace di sapere saldare serenità e bontà d'animo con le forti passioni civili, di saper perseguire con forza e coerenza i propri valori, nel rifiuto di qualsiasi criterio di convenienza, senza lasciarsi travolgere dagli eventi e senza cedere al richiamo della ribalta, anche attraverso il facile ricorso ai mezzi d'informazione, ma si­curo della voglia di rivincita di una società rinnovata e della capacità di riuscire a farcela con la diffusione, tra le giovani generazioni, di quest'opera di educazione alla dignità per­ché, come Egli stesso ha detto, "se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo".

E' a questi valori che intendo affidare il mio ricordo di Paolo Borsellino, la cui me­moria va consegnata ai giovani quale simbolo del "dover essere" e quale speranza per ri­tornare a respirare "Il profumo della Libertà".