Falcone e Borsellino: il coraggio di un’idea
Sandra Moselli
Vincitrice del concorso per Magistrato Ordinario bandito con D.M. 27 febbraio 2008Cosa resta oggi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ?
Certamente le loro idee e un esempio che ha consentito a tutti i giovani, quelli di ieri e quelli di oggi, di maturare, a fronte della prepotenza e dell'arroganza della malavita organizzata, l'impegno civile e un più forte senso di appartenenza alle istituzioni. Le bombe della mafia hanno certamente cancellato le loro vite, ma hanno anche scosso, per sempre, la coscienza di tutti noi.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno, infatti, insegnato che la Giustizia non è solo un'attività, un servizio rivolto ai cittadini, ma soprattutto una prospettiva, un metodo, una speranza.
"Gli uomini passano, le idee restano…restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". Questa speranza e questa convinzione è profondamente penetrata anche nell'avvocatura e ha consentito a tanti giovani che avevano intrapreso quella professione di interrogarsi su come possa giovare alla giustizia anche un'opera di parzialità e di scoprire che magistrato ed avvocato perseguono, debbono perseguire, lo stesso scopo: la ricerca della verità.
Tra gli eroi del nostro tempo, d'altronde, accanto a tanti magistrati, accanto a Borsellino e Falcone, c'è anche un avvocato, Giorgio Ambrosoli, vittima della mafia e testimone esemplare, come loro, di quella lotta per i valori ed il diritto che ha contrassegnato lo storia d'Italia e che, ancora, non si è conclusa. Senza Falcone e Borsellino molti processi non si sarebbero mai fatti.
Ma, soprattutto, senza di loro, non sarebbe, forse, mai sorta quella legislazione antimafia la cui promulgazione ha rappresentato un importante messaggio sociale, ancora prima che un ostacolo all'attività mafiosa. Il sequestro e la confisca dei beni alle mafie introdotti dalla legge 7 marzo 1996, n. 109 hanno costituito la concretizzazione di una delle intuizioni più lungimiranti di Falcone e Borsellino, che avevano bene compreso come per colpire la mafia la si dovesse innanzitutto privare delle sue risorse economiche e finanziarie.
In questa stessa prospettiva è possibile, però, anche andare oltre, immaginando, de iure condendo, di imporre a colui che commette reati di mafia anche il risarcimento di un danno all'immagine dello Stato. In altri termini, oltre al tradizionale risarcimento del danno risentito dalle vittime dei reati, si potrebbe avviare una riflessione sulla possibilità di configurare un danno in re ipsa all'immagine dello Stato dipendente dalla condotta antigiuridica del mafioso e presuntivamente accollato a quest'ultimo.
Che questo danno non solo esista, ma sia anche enorme, lo dimostra non solo la secolare riluttanza ad investire nei territori in cui è presente la criminalità organizzata, ma anche l'epiteto di "mafiosi" con cui gli italiani sono stati e sono, sovente, accolti all'estero.
E se lo Stato è giunto a farsi risarcire un danno all'immagine dai medici che hanno attestato una falsa invalidità, tanto più dovrebbe farlo per i reati di mafia, capovolgendo peraltro l'onere probatorio in considerazione della particolare natura e gravità di quei crimini.
Tutto ciò non solo per continuare a combattere la mafia, ma per dare concreto seguito all'esempio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e una speranza ai tanti giovani che, come me, hanno deciso di non dimenticarli.








