Giovanni Falcone e Paolo Borselllino: una speranza per i giovani

Laura Morselli

Vincitrice del concorso per Magistrato Ordinario bandito con D.M. 27 febbraio 2008

« Io ho sempre accettato più che il rischio, la condizione e le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si di­sgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è ne­cessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condi­zionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. » (Paolo Borsellino, inizio luglio 1992, intervista a Sposini).

Sono passati quasi venti anni da quando Paolo Borsellino fece questa intervista e du­rante tutto questo tempo le sue parole hanno segnato il mio cammino e quello di tanti altri giovani che hanno scelto di raccogliere il suo testimone e di impegnarsi per riuscire a diventare dei bravi magistrati.

Nel 1992 frequentavo ancora il liceo e le stragi di via Capaci e di via d'Amelio gene­rarono in me un profondo turbamento. Oggi posso dire che quelle stragi hanno prodotto anche la rivoluzione culturale che ha animato la mia generazione, che riconosce nelle fi­gure di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino esempi da emulare, gli eroi che ci hanno insegnato a distinguere, senza mezzi termini, il bene dal male. Allora apprezzavo il loro sacrificio con gli occhi di una "profana", oggi cerco di valutare con gli occhi e la sensibilità del "giurista" la loro esperienza professionale e il contributo che questa ha recato nel no­stro sistema giudiziario.

Era il 1980 quando, sotto la direzione di Rocco Chinnici, si costituì, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, il cosiddetto "pool antimafia". La struttura e le di­namiche del fenomeno mafioso erano, allora, ancora poco conosciute. Per far fronte alla "criminalità organizzata" di tipo mafioso, con una grande intuizione, si cercò di creare, anche una "magistratura organizzata" che, grazie al lavoro di un gruppo di magistrati che interagivano fra loro, doveva dare l'avvio ad un'azione volta a comprendere e contrastare la mafia nella sua globalità, e non soltanto nelle singole articolazioni. Il lavoro del pool doveva poi trovare un adeguato e fondamentale supporto normativo nella legge Rognoni- La Torre con cui venne introdotto nel nostro ordinamento il reato di cui all'art. 416 bis c.p.

Come è noto, nel 1985, per motivi di sicurezza, Falcone e Borsellino furono trasferiti nel carcere dell'Asinara ove portarono a compimento il lavoro del pool preparando quel "maxiprocesso" che inaugurava in Italia un modo nuovo di affrontare la mafia, che avrebbe indotto profondi mutamenti nelle regole e strategie processuali. Un lavoro co­ronato dal successo quando, nel 1987, fu emanata la sentenza conclusiva del maxipro­cesso: 360 condanne; 2665 anni complessivi di carcere; undici miliardi e mezzo di lire in totale da pagare a titolo di multa.

La storia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non è però solo quella di due uomini che hanno cambiato per sempre il modo di intendere ed affrontare la criminalità mafiosa nel nostro paese, di due magistrati che hanno dato impulso a cambiamenti culturali e normativi indispensabili per affrontare e sconfiggere la mafia.

E' anche la storia di due magistrati fraintesi e umiliati in molteplici occasioni.

Paradossalmente, solo la mafia comprese, per tempo, l'importanza del lavoro che sta­vano svolgendo. Quello che la mafia, invece, non poteva immaginare era che le stragi di Capaci e di Via d'Amelio avrebbero generato una "rivoluzione delle coscienze", spingendo tanti giovani a seguirne l'esempio.

Ad oggi non conosco ancora quale sarà il mio destino. Debbo ancora iniziare il tiro­cinio e non so quali funzioni mi saranno affidate e dove le svolgerò. So però esattamente con quale spirito intendo affrontare il mio lavoro di magistrato. E spero che, anche per me, possano valere le parole del "comitato dei lenzuoli di Palermo": "Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe".