Falcone, Borsellino e i loro imitatori
Marcello Maddalena
Procuratore generale di TorinoSono trascorsi diciotto anni da quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno lasciati. Ma per chi - come me - ha avuto la fortuna di conoscerli e di lavorare, sia pure occasionalmente, con loro, sembra ancora ieri. Tanto vivido e denso di significati è il loro ricordo; e tanto presente il loro insegnamento ed attuali i messaggi. Anche se - a mio parere - si tratta di insegnamenti e messaggi che spesso vengono travisati e strumentalizzati; anzi, più esattamente, travisati per essere strumentalizzati. Anche all'interno della magistratura, Falcone e Borsellino hanno trovato e trovano (specie negli ultimi tempi) degli imitatori; ma sovente, tra loro e gli imitatori, corre la stessa differenza che esisteva tra Picasso e i picassiani. Ed è per questo che non di rado, quando sento accostare, in questi ultimissimi anni, da certa pubblicistica o in interessati discorsi, al loro nome certi altri nomi, provo un moto di ribellione e penso che anche Giovanni e Paolo dovrebbero rivoltarsi nella tomba.
Spesso mi sono domandato e mi domando che cosa ci è rimasto, che cosa mi è rimasto del loro esempio e del loro insegnamento.
Primo. Non arrendersi mai, non rassegnarsi mai, non desistere mai. Continuare a "lottare". Ma "lottare" nel modo che si conviene ad un magistrato che paradossalmente, per sua natura, non "lotta" e non "combatte" e non può (e non deve) né lottare né combattere: perché il compito del magistrato non è quello di dichiarare guerre e battaglie (neppure ai fenomeni criminosi) ma quello di giudicare su singoli fatti e singoli esseri umani, ricercando ed accertando, sul piano del fatto, la verità (sostanziale) ed accettando, sul piano del diritto, la soggezione alla legge (sia sostanziale sia processuale). Il che significa ricercare ed accertare la verità dei fatti storici rispettando, in totale umiltà, le regole, i limiti e le forme. E con il dovuto rispetto delle istituzioni, che implica saper in ogni momento, in ogni occasione, in ogni circostanza, distinguere tra l'istituzione (e, quindi, la funzione) e la persona che la incarna. Come è noto agli uomini della mia generazione, entrambi non si sottrassero al dovere civile di "testimonianza" ed ebbero a manifestare, in molteplici occasioni, verità sgradevoli e non gradite a molti, dicendo sempre, onestamente e senza infingimenti, quel che pensavano, ma sempre stando attenti anche a pensare a quel che andavano dicendo. In modo da assicurare sempre il massimo rispetto per le istituzioni e la dignità umana delle persone (di chiunque si trattasse) e da non compromettere mai, di fronte a nessuno, l'immagine di obbiettività ed imparzialità che costituisce l'essenza della funzione giurisdizionale, da chiunque sia svolta, giudici o pubblici ministeri. Mai nessuno ha potuto accusarli di faziosità e men che mai di faziosità politica (anche se ovviamente, ciascuno dei due aveva le proprie idee: che, tra l'altro, erano tutt'altro che coincidenti). Questione di stile, questione di classe: ma in magistrato classe e stile fanno parte della "sostanza".
Secondo. Non arrendersi, non rassegnarsi, non desistere significa saper attendere, saper "scavare", saper "farsi canna" di fronte all'infuriare degli elementi. E soprattutto non aver paura o, meglio, saper vincere la paura. Conservare la calma, non perdere la fede. Scriveva Giovanni Falcone in "Cose di cosa nostra" che anche Cosa nostra era una creazione di esseri umani e, in quanto tale, non solo non invincibile ma destinata ad essere prima o dopo debellata. C'era, in questa profonda convinzione, l'antidoto contro la paura, la coscienza che non solo noi siamo esseri umani (e quindi con tutti i limiti insiti nella nostra natura) ma anche gli altri, i criminali, i mafiosi, i terrroristi, i "nemici" insomma. E che quindi si trattava di una "partita" (quella contro il crimine) che si può vincere, che si deve vincere. Magari anche con la morte: perché la morte, se uccide il corpo, non distrugge lo spirito e non elimina i valori che si trasmettono sol che vi sia chi abbia la disponibilità di raccoglierli e di ascoltare le voci che gli uomini "eletti" ci hanno lasciato e ci lasciano in eredità. Personalmente non ho dubbi che l'uccisione di Falcone e Borsellino abbia rappresentato, per le organizzazioni mafiose, un autogol: perché hanno ridestato tante coscienze, hanno fortificato tanti deboli, hanno regalato forza e coraggio a tanti pavidi ed incerti, hanno restiuito certezze a chi si nutriva di dubbi.
Terzo. La lealtà. Lealtà con tutti e verso tutti. Con le istituzioni, con i colleghi, con i difensori, con i propri collaboratori. Ed anche con gli indagati o imputati. Il sommo principio ("pacta sunt servanda") che regola o dovrebbe regolare i rapporti tra gli Stati, il magistrato lo deve praticare quotidianamente nei rapporti con tutte le persone con cui viene a contatto. Ovviamente, il magistrato sa quali patti può stringere e quali no. E ben si guarderà dallo stringere patti illeciti o dal promettere cose che non può promettere (sia perché dipendono da altri sia perché si tratta di promesse non consentite). Ma i patti (leciti) che si stringono, da uomo a uomo, vanno rispettati. Avendo conosciuto bene Paolo Borsellino, non ho avuto pertanto nessuna difficoltà a credere a quanto mi è stato riferito da un collega che lo aveva frequentato nel periodo immediatamente successivo alla morte di Giovanni Falcone e cioè che Paolo non avesse dato la sua disponibilità per la nomina a Procuratore nazionale antimafia (chi - dopo la morte di Giovanni Falcone - avrebbe potuto contendergli il posto?) per mantenere la parola data ad un "pentito", che avrebbe continuato a seguire personalmente il "suo" processo.
Quarto. La lealtà verso se stessi. E cioè la coerenza. Il tener fede ai "principi" anche quando ciò può comportare gravissimi costi personali, specie di incomprensione e critica nell'ambito del proprio ambiente. Coerenza nei principi non significa ottusa e irragionevole testardaggine e pervicacia nel voler a tutti i costi far prevalere le proprie opinioni ed i propri convincimenti, ma significa continuare a perseguire gli ideali nel cambiamento dei tempi e nella mutevolezza delle situazioni. Chi non ricorda le incomprensioni e le critiche cui Giovanni andò incontro quando accettò di andare al Ministero della Giustizia dove venne chiamato da Claudio Martelli? Eppure anche lì, in altra forma, in altre vesti, con altri strumenti Falcone continuò l'opera che da tanti anni aveva svolto come magistrato. E sempre in omaggio agli stessi principi, agli stessi valori. Personalmente non ho mancato di dire che - a mio personale avviso - uno dei migliori ministri della Giustizia negli ultimi venti anni è stato proprio Claudio Martelli: e lo fu perché chiamò al Ministero Giovanni Falcone e si lasciò da lui guidare, tanto che il famoso decretolegge MartelliScotti dell'8 giugno 1992, quello che permise di ridare al processo penale uno slancio nuovo che pareva perso dopo i primi tre anni di vigore del nuovo codice di procedura penale, è meglio noto - agli addetti ai lavori come decretolegge Falcone. Perché ne era stato Giovanni Falcone l'anima e l'artefice; e perché fu il suo barbaro assassinio a determinarne l'immediata emanazione e la successiva (e sia pure non senza modifiche peggiorative) approvazione.
Molte altre cose potrei dire sul piano dei ricordi personali, dei discorsi, delle conversazioni, delle confidenze. Ma in questa occasione ritengo opportuno fermarmi qui, a quella che per me è stata l'essenza della loro eredità, di una eredità donata e offerta a tutti. Sta a noi accettarla.








