Un esempio per le generazioni del futuro
Antonio Laudati
Procuratore di BariL'ultima volta che ho visto Paolo Borsellino è stata alla Procura di Palermo. Ero andato a salutarlo e l'ho trovato impegnato davanti ad una macchina fotocopiatrice mentre faceva delle copie di atti da consegnare ad un collega: non dimenticherò mai più quella sua immagine che per me testimonia la sua figura di grande magistrato. Un capo, un Procuratore aggiunto, che si metteva a servizio dei suoi sostituti.
Paolo era un uomo apparentemente triste, di poche parole ma di grande disponibilità che credeva molto nell'importanza del suo lavoro e nella necessità di fare sistema, di creare una squadra coesa per affrontare le situazioni più difficili.
La sua vita professionale ha profondamente inciso su quella di molti altri magistrati ed anche sulla mia. Sono entrato in magistratura nel 1981 e fui subito destinato all'Ufficio Istruzione del tribunale di Lecco. A quell'epoca non era possibile destinare gli uditori alle funzioni di giudice istruttore ma il Presidente del Tribunale aveva chiesto una deroga al Consiglio e così io mi ritrovai a gestire, senza grande esperienza, cinque sequestri di persona, alcuni posti in essere da clan di siciliani mandati in soggiorno obbligato in Brianza. Lo incontrai per la prima volta ad un corso di formazione. Era l'epoca in cui Rocco Chinnici aveva appena costituito un pool di giudici per le indagini sulla mafia, chiamandovi sia Falcone che Borsellino. Gli chiesi consiglio e lui mi disse, con grande disponibilità, che i giudici non potevano più lavorare come monadi isolate e che per fronteggiare la criminalità organizzata era necessario che imparassero a lavorare insieme e fare sistema. Dovevano scambiarsi gli atti, individuare strategie condivise ed acquisire elementi di prova attraverso l'incrocio dei dati. Oggi sembra una cosa scontata, ma all'epoca era una tecnica rivoluzionaria, incomprensibile per il sistema giudiziario di allora che era basato su una concezione atomistica dei reati e in cui solo nel 1982 era stato introdotto il delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso. Cercai di mettere subito in pratica i suoi consigli ed avviai subito contatti coi colleghi che avevano indagini sulle persone coinvolte nei processi di Lecco, con risultati sorprendenti.
Dopo qualche anno, all'esito del maxiprocesso di Palermo, Borsellino era andato a fare il Procuratore a Marsala. Stava per entrare in vigore il nuovo codice di procedura penale del 1989, che rappresentava una vera e propria rivoluzione culturale per la magistratura. Anch'io avevo scelto di fare il PM ed ero andato in Campania dopo l'attentato della camorra al Procuratore Gagliardi, con il quale avevo fatto una parte del tirocinio e che mi aveva voluto al suo fianco. Era veramente difficile creare un nuovo modello di organizzazione delle indagini in funzione delle prove che si sarebbero dovute formare solo in dibattimento. Ricordo il senso di frustrazione di chi con tanta fatica raccoglieva testimonianze o persino confessioni che, poi, puntualmente, venivano ritrattate in dibattimento. Ebbi modo di rivedere Paolo, questa volta ad un convegno, e gli manifestai il mio scoraggiamento di fronte a un sistema che all'epoca mi sembrava inadeguato a fronteggiare la criminalità organizzata. Lui mi rispose, con la sua proverbiale fierezza, facendomi notare che l'esito dei processi doveva valutarsi complessivamente e che il codice offriva agli inquirenti tante nuove opportunità di prove tecniche e scientifiche che potevano sostituire o rafforzare le tradizionali prove dichiarative e che le nuove indagini dovevano essere supportate da un nuovo modello di professionalità degli inquirenti e da un legame più stretto con la Polizia Giudiziaria. Ancora una volta aveva visto giusto. Stava per cominciare una nuova stagione della lotta alla Mafia in cui la specializzazione e la effettiva direzione delle indagini consentì un grande salto di qualità.
Gli incontri con Paolo erano propiziati anche dal comune impegno associativo. All'epoca lui era Presidente del Consiglio Nazionale di Magistratura Indipendente e proprio Lui mi ha insegnato, soprattutto con il suo esempio, il valore dell'associazione come supporto culturale e professionale. Rifuggiva dal carrierismo e dal corporativismo. Ricordo quante volte gli chiedemmo di candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura
o di assumere la guida del Gruppo di Magistratura Indipendente. Ma lui era troppo schivo e consapevole dell'importanza del suo lavoro "in trincea" per poter anche soltanto immaginare di accettare. Era profondamente innamorato del suo lavoro ed era convinto che l'impegno quotidiano e l'esempio fossero la migliore testimonianza per la crescita della magistratura associata.
Questo è stato per me Paolo Borsellino: Un profeta. Una persona che ha sempre visto più lontano degli altri, anche quando ha capito che il suo lavoro lo avrebbe condotto alla morte. Una guida per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Era impossibile non rimanere affascinati dalla sua figura ed era difficile non rimanere avvinti dal suo carisma.
Quando, in quell'ormai lontano 19 luglio 1992, la mano crudele della Mafia ce lo ha portato via, tutti provammo un dolore immenso. Fu un colpo durissimo. Ci fu un momento di sbandamento. Ricordo le parole di Caponnetto "Tutto è finito". Ma non è stato così. Il suo esempio e la sua testimonianza sono state più forti della sua morte. Il suo insegnamento è vissuto in noi e ci continua a dare stimoli ed energia.
Ho capito l'importanza della sua figura non solo per noi, suoi discepoli, ma addirittura per i suoi avversari quando qualche anno dopo la sua morte, con le nuove norme antimafia e quale componente della Procura Nazionale Antimafia, ebbi modo di interrogare un importante collaboratore di giustizia della camorra. Gli chiedevo spiegazioni sulla strategia di inquinamento delle istituzioni posta in essere nella metà degli anni novanta dalla criminalità organizzata e lui mi rispose che dopo la stagione delle stragi avevano capito che un magistrato come Borsellino per la Mafia era più pericoloso da morto che da vivo.
E' proprio così, Borsellino è diventato un simbolo, una guida non solo per la magistratura, anche dopo la morte.
La sua vita, il suo lavoro, il suo esempio costituiscono per tutti noi un prezioso punto di riferimento. Uno stimolo a migliorare continuamente la nostra azione. Se tanti successi sono stati conseguiti nella lotta alla Mafia il merito è anche suo. Se è iniziata una nuova stagione nel contrasto al patrimonio delle organizzazioni criminali, se sono stati introdotti nuovi strumenti quali la confisca per sproporzione o quella per equivalente, ciò è dovuto anche ai suoi insegnamenti. Se il nostro modo di lavorare in gruppo si è evoluto, se abbiamo accettato un novo sistema di coordinamento all'interno ed all'esterno delle Procure questo è il frutto del suo sacrificio.
Eugène Ionesco ha scritto che "pensare in modo contrario alla propria epoca è eroismo". Anche in questo senso Paolo Borsellino è stato un eroe: lui ha parlato per le generazioni future.
Sta a noi raccogliere il vero significato della sua testimonianza di vita.








