Il fresco profumo della libertà
Francesco Paolo Giordano
Procuratore di CaltagironeIl ricordo di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino attraversa almeno tre aree, la memoria personale, l'impegno associativo nella magistratura, il profilo professionale, mentre sullo sfondo c'è un quarto elemento, la sicilianità o l'amore per la Sicilia.
Con Giovanni Falcone ho avuto meno occasioni di incontro, ma tutte ugualmente significative. Giovanissimo sostituto procuratore a Catania, fui chiamato dal procuratore capo a partecipare ad una riunione alla quale intervenne Giovanni Falcone, all'epoca giudice istruttore al Tribunale di Palermo, dopo aver espletato al Palazzo di giustizia -siamo alla fine del 1983 o agli inizi del 1984un atto istruttorio coperto dal più assoluto riserbo, le misure di sicurezza erano imponenti, l'elicottero sopra la piazza Giovanni Verga, la tutela e la scorta armata in atteggiamento reattivo, autovetture blindate. Nella riunione, vi fu uno scambio di opinioni sulla situazione criminale di Catania, dove allora quasi nessuno pensava che la mafia, cosa nostra in particolare, avesse messo salde radici e soprattutto che vi potessero essere collegamenti organici con Palermo e il resto della Sicilia. Ma la presenza di Falcone parlava da sola per chi ne voleva cogliere il significato, soprattutto perché -come si seppe dopo tempo, Falcone era venuto per sentire un soggetto e chiedergli delucidazioni circa un assegno bancario da lui emesso in pagamento di un acquisto. Qualche tempo dopo, partecipando ad un incontro di studi indetto dal C.S.M., svoltosi a Trevi, che ricordo ancora oggi come uno dei più importanti mai organizzati, Giovanni Falcone, Gherardo Colombo e Giuliano Turone spiegarono, ognuno per la parte di competenza, le reciproche e straordinarie esperienze di giudici istruttori nella ricostruzione dei movimenti bancari in importanti indagini che avevano istruito, rispettivamente nel processo SpatolaInzerillo, Sindona e i rapporti con la P2 e Gelli, sottolineando come le indagini bancarie fossero decisive per porre in luce il reticolo di relazioni e intestazioni patrimoniali, a loro volta dimostrative dei reatifine dell'illecita associazione per delinquere nella quale i vari soggetti espletano i rispettivi ruoli. Si tratta di argomenti e riflessioni che sono rimasti scolpiti nel breve saggio di G.Falcone e di G.Turone, intitolato Letecnichediindagine,pubblicato prima in "Democrazia e diritto", n. 4, 1983, 113132 e successivamente e con il titolo Le tecniche di indagine in materia di mafia, in Cass. pen, 1983, n. 4, 10381057, e che era comparso, col titolo Lamafianeisantuaridellebanche, nella rivista "Segno", del 1982, n. 3435, pagg. 3564.
Tali problematiche investigative, col movimento dei conti correnti bancari di imprenditori, erano al centro di una complessa indagine da me trattata come pubblico ministero e successivamente formalizzata, avente ad oggetto l'appalto per la ricostruzione della rete viaria e degli insediamenti pubblici oltreché per il ristoro dei danni ad impianti e manufatti, dopo la colata lavica dell'Etna della primavera del 1983, indagine iniziata da un corposo rapporto della Guardia di Finanza il cui studio fu allora estremamente formativo. L'appalto per i lavori, per circa trenta miliardi, era stato dato dalla Protezione civile e sotto l'onda dell'emergenza ad una grande impresa la quale, successivamente, si era avvalsa delle centinaia di piccole e medie imprese di movimento terra, trasporto, prestazione di servizi, fornitura di inerti che costituivano in grandissima parte il nerbo degli interessi mafiosi nell'Isola, secondo un modello ricorrente nel mondo degli appalti pubblici, allora e forse anche oggi. La maggior parte di queste imprese era intestata a prestanomi, le ditte avevano sede quasi tutte fra Favara e Santa Venerina, i due poli che rappresentavano geograficamente una sorta di spartizione ideale fra Sicilia orientale ed occidentale. Quando Giovanni Falcone seppe di questa indagine, attraverso un brevissimo resoconto che gli riferii durante un incontro casuale, volle avere copia del rapporto della Guardia di Finanza, che anziché mandargli per posta preferii portargli personalmente andandolo a trovare nel bunker del palazzo di giustizia di Palermo dove lavorava all'Ufficio istruzione, e fu proprio questa richiesta ad indicarmi chiaramente l'importanza di quella indagine, giacché quella moltitudine di imprese potevano scandire sul territorio siciliano un reticolo di collegamenti e di relazioni tali da rappresentare plasticamente la presenza ramificata di cosa nostra nel mondo degli appalti pubblici. Mi resi conto che la sua stanza era il punto di riferimento di vari colleghi non solo di Palermo, e che i suoi metodi di lavoro rappresentavano una marcata innovazione nel mondo giudiziario, tradizionalmente conservatore e a quell'epoca ruotante attorno alla singola indagine, alla specifica imputazione contestata, avulsa da qualsiasi collegamento. Le riflessioni che in quella occasione feci furono due, la prima: mi resi conto che Giovanni Falcone aveva adottato strumenti di lavoro allora assolutamente sconosciuti, quali appunto lo scambio di notizie fra uffici di diversa struttura e dislocazione territoriale, scambio che andava al di là dell'angusto orizzonte della singola indagine. Inoltre la riservatezza, la protezione degli uffici palesata dalle porte blindate e quant'altro del luogo di lavoro stavano a dimostrare che la materia prima delle indagini e delle istruttorie in queste materie doveva essere circondata da un serio alone di massima sicurezza, per poter dare buoni frutti. La seconda riflessione riguardava il profilo processuale: il fatto che un giudice istruttore si interessasse così a fondo ad altre indagini non di sua stretta competenza, ma evidentemente collegate alle sue, mi poneva in risalto la necessità che la polizia giudiziaria dovesse essere diretta da un organo autorevole e di forte impatto qual era appunto a quell'epoca il giudice istruttore, il solo in grado di svolgere compiti di analisi, valutazione ed acquisizione della prova a trecentosessanta gradi. All'epoca, tutti noi del pubblico ministero eravamo abituati, all'inverso, ad una filosofia di tipo diverso: era la polizia giudiziaria a trainare le nostre valutazioni e le istruttorie, non c'era spazio per alcuna autonomia da parte del magistrato inquirente, del tutto appiattito sulle scelte della polizia giudiziaria, l'unico vero motore delle indagini. Chi non ricorda la polemica secondo la quale il giudice istruttore era visto come un super pubblico ministero? Fu poi l'entrata in vigore del codice Vassalli che capovolse questo rapporto, conferendo più poteri direttivi al p.m., anche se a scapito del valore di prova dei suoi atti, almeno nella versione originaria.
In un'altra occasione, Giovanni Falcone venne a Catania per partecipare ad un Convegno organizzato dall'Università, non potevo mancare e andai ad ascoltarlo, perché la mia ammirazione era enorme ed inoltre volevo capire riannodando quel sottile filo che si era formato nell'incontro di studi a Trevi. Una delle affermazioni di Giovanni Falcone che più mi colpirono in quest'ultima occasione fu quella che il magistrato, sia inquirente sia giudicante, deve essere responsabilizzato e, se sbaglia, deve pagare in qualche modo per l'errore compiuto, affermazione per l'epoca assolutamente inusuale e vorrei dire oltreché un tantino scomoda, anche controcorrente, ma certamente col tempo entrata a far parte del patrimonio comune e del bagaglio culturale e deontologico dei magistrati. La sua relazione al Convegno riguardava il lavoro in pool, di cui proprio l'Ufficio istruzione di Palermo rappresentava un importante antesignano, assieme ai precursori che erano stati i pool antiterrorismo degli uffici giudiziari del Nord e del Centro Italia. Naturalmente a Catania echeggiavano come filtrati e quasi smorzati tutti i c.d. "veleni" del palazzo di giustizia di Palermo, le polemiche e i conflitti all'interno della magistratura palermitana e all'esterno tra il Coordinamento antimafia, e alcune forze politiche, su cui si innestò la questione dei "professionisti dell'antimafia" che vide Leonardo Sciascia tra i protagonisti dello scontro, per avere espresso alcune critiche molto pungenti sul Corriere della Sera contro il Consiglio superiore della magistratura, a proposito del "superamento" (così lo definì Sciascia) di Paolo Borsellino su altro candidato più anziano ma meno titolato in materia antimafia alla carica di procuratore della Repubblica di Marsala. Sciascia non ebbe mai né il tempo né l'occasione di ricredersi, ma sono sicuro che l'avrebbe fatto se avesse avuto notizie più precise e soprattutto se avesse conosciuto Paolo Borsellino, il cui impegno antimafia era tutt'altro che carrieristico, in quanto profondamente maturato e basato su convinzioni estreme ed anche su un amore per la terra siciliana.
Nel 1986 fu costituito anche alla Procura di Catania il pool di magistrati per i reati in materia di criminalità organizzata, sulla scia di alcune indagini scaturite dalle rivelazioni dei primi collaboratori di giustizia. Io fui escluso, pur essendomi stata riconosciuta la professionalità richiesta, dalla prima costituzione e mi venne, invece, assegnata la materia inerente ai reati contro la pubblica amministrazione, che peraltro costituiva il tessuto portante dei miei precedenti studi universitari e postuniversitari. La mia delusione venne mitigata in parte dalle parole di un collega più anziano, molto autorevole cui ero legato da antica amicizia, in servizio nel Nord Italia, Franco Marzachì, poi divenuto segretario generale e presidente del Gruppo di M.I., che mi disse che non c'era poi tanta differenza tra reati di criminalità organizzata e reati contro la pubblica amministrazione, laddove la mafia avvolgeva tanta parte del malaffare, a voler cercare bene, si arrivava alla stessa testa del serpente, parole per certi versi premonitrici e veridiche, che ho sempre ricordato durante la mia carriera. Infatti, una prima verifica di questo principio la ricevetti l'anno successivo, allorché dovetti occuparmi di un'inchiesta sulla USL n. 35 di Catania che sfociò negli arresti di amministratori e dirigenti apicali e quindi in un dibattimento assai aspro, con un collegio di difesa molto agguerrito che si concluse con varie condanne, poi confermate in appello e in cassazione. Giovanni Falcone, che conosceva bene il procuratore capo dell'epoca, Giovanni Cellura, essendo stato a capo dell'Ufficio istruzione di Catania prima di essere nominato procuratore della Repubblica, saputo di questa inchiesta, si complimentò con me e già allora affermò come la sanità in Sicilia fosse un settore fra i più inquinati per l'intreccio di interessi privati che soffocavano lo sviluppo del servizio pubblico. Ripresi a dedicarmi alla materia della criminalità organizzata fin dalla costituzione della DDA catanese, alla fine del 1991, chiamato a farne parte dal nuovo procuratore capo, Gabriele Alicata.
Ancora a Nicosia nel Marzo 1991, a poco più di un anno dai tragici fatti delle stragi, Giovanni Falcone tenne una memorabile conferenza poi pubblicata postuma negli Atti dell'ISISC, col titolo "la criminalità organizzata in Sicilia", sullo stato dell'arte di cosa nostra, allorché parlò di cosa nostra come organismo unitario con ramificazioni anche all'estero, ritenendo superata la visione di cosa nostra come "confederazione di organizzazioni", come l'aveva presentata Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera nell'ultimo periodo della sua vita, cioè qualche anno prima, e soprattutto invitò a non considerare più il fenomeno mafioso come frutto di un'emergenza transitoria, ma come un dato strutturale della società e dell'economia. E sottolineò la differente struttura criminale fra zone come Palermo, dove la presenza di cosa nostra era totalizzante e altre zone della Sicilia come Catania, Palma di Montechiaro, Licata, dove accanto a cosa nostra operavano altre frange della criminalità organizzata con le quali di volta in volta veniva in rapporto l'organizzazione di cosa nostra ora per allearsi ora per dominare. A margine di quella conferenza, ebbi l'occasione di parlargli più a lungo, e gli chiesi a che cosa stava lavorando avendolo visto intento a leggere incartamenti in lingua inglese. Mi rispose che stava studiando il sistema americano della protezione dei testimoni, in vista di un progetto di riforma della nostra legislazione cui era alle prese come direttore generale degli affari penali presso il Ministero della Giustizia, allora retto dall'on. Claudio Martelli e a cui erano preposti magistrati illustri come Loris D'Ambrosio, Giannicola Sinisi, Liliana Ferraro, Eugenio Selvaggi, Livia Pomodoro. E rimarcò la serietà dell'approccio americano, coerente e rigoroso tanto nel tracciare le premesse circa l'opportunità di separare l'apparato della protezione da quello investigativo, quanto nel trarre le conseguenze logiche da questa separazione. Sappiamo tutti quale architettura normativa sia stata elaborata nel biennio aureo 19911992, sul fronte degli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata e quale sia stato il ruolo, di propulsione e di direzione, di Giovanni Falcone in questa mirabile opera di costruzione degli istituti fondamentali della legislazione antimafia che ancora tutto il mondo ci invidia. L'unica occasione in cui qualche anno prima avevo visto insieme, in un momento di serenità, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, era stata a Taormina, al Convegno nazionale di Medicina Legale del 1988, mentre stavo relazionando al Gruppo dei tossicologi forensi, proprio loro due entrarono nella saletta e si andarono a sedere nelle ultime file, per ascoltarmi, naturalmente suscitando la mia emozione e incredulità, che stentai a trattenere.
Questi ricordi affollavano la mia mente allorché fui designato, unitamente ad altro molto più giovane collega, a rappresentare l'accusa nel dibattimento di primo grado per la strage di Capaci. Ogni giorno dovevo dar fondo alla mia inventiva per cercare di contrastare, sul piano tecnicogiuridico, le contestazioni e le eccezioni difensive svolte da un manipolo agguerrito, ma sempre corretto, di avvocati del Foro di Palermo e di Caltanissetta, con l'apporto di tanto in tanto di nomi illustri dell'avvocatura a livello nazionale. Allora vi era una corrente di pensiero secondo la quale i processi non potevano essere svolti a Caltanissetta ma altrove e doveva addirittura predisporsi una modifica legislativa per consentirne la celebrazione a Roma, venendo esclusa Palermo per l'ostacolo dell'art. 11 c.p.p. Se fosse prevalsa questa corrente di pensiero, si sarebbe data un'immagine di emergenza della giustizia e le regole ordinarie sarebbero state derogate con la conseguenza che la loro validità sarebbe stata definitivamente compromessa. I fatti poi hanno dimostrato che, pur con tutte le limitazioni, gli uffici giudiziari di Caltanissetta sono stati all'altezza del compito immane che era ricaduto su di loro e su di noi, certamente grazie al contributo di tutti i magistrati, ufficiali di p.g., personale amministrativo che vi lavorava con eccezionale spirito di servizio. Ma ciò era stato possibile non solo perché le risorse umane materiali erano state raccolte ed utilizzate al meglio ma soprattutto per la tenace volontà politica di dare una risposta giudiziaria adeguata. Quando io e un altro collega fummo ricevuti dai Ministri dell'Interno Scotti e della Giustizia Martelli, all'indomani della strage di Capaci, a parte la commozione visibile del Ministro Martelli, che mi colpì moltissimo perché testimoniava l'autentica amicizia intercorsa tra lui e Giovanni Falcone, i discorsi che sentimmo da questi due autorevoli rappresentanti del Governo erano del tipo che lo Stato veniva colpito al cuore e che era necessario riprendere l'azione di contrasto alla criminalità organizzata, così bene iniziata dallo stesso Giovanni Falcone, ora nella forma delle investigazioni più penetranti ristabilendone l'autorità sul versane processuale proprio in quel procedimento. Compito tutt'altro che facile e, visti i risultati con la conoscenza di oggi, si sarebbe potuto fare anche qualcosa di più, ma se ci si riporta alle condizioni di allora, bisogna riconoscere, senza false modestie e senza autocelebrazioni, che tutte le componenti chiamate ad operare sulle stragi ebbero a dare un contributo eccezionale, tanto sul piano delle indagini quanto su quello del dibattimento e che le aspettative dell'opinione pubblica e della stessa classe politica furono realizzate. L'Arma dei Carabinieri consentì di distaccare due sottufficiali particolarmente esperti nell'informatica e grazie a loro ci fu possibile l'uso di un programma informatico grazie al quale si potevano consultare immediatamente tutti i verbali e si potè elaborare la presentazione multimediale dell'esposizione introduttiva che, nonostante la fiera opposizione del collegio difensivo, fu ammessa dalla Corte di assise. Mentre la polizia di stato, che aveva avuto il maggior lutto per la morte di ben otto tra ispettori e agenti della tutela, e precisamente gli agenti trucidati con Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi ed Eddie Walter Cusina, ed ancora Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, gli agenti in servizio con Giovanni Falcone, costituì il c.d. Gruppo Investigativo Falcone Borsellino.
C'era un clima di coesione non solo all'interno della Procura, ma fra tutti gli apparati dello Stato investiti di vari compiti nei procedimenti di indagini sulle stragi. Uno dei momenti più gratificanti fu quando il Presidente della Repubblica on. Oscar Luigi Scalfaro volle conoscerci, e fummo ricevuti in un'udienza privata, nel Novembre del 1993, subito dopo l'esecuzione dell'ordinanza applicativa della misura cautelare che aveva raggiunto esecutori e mandanti interni a cosa nostra, fummo introdotti dall'allora Capo della polizia Prefetto Vincenzo Parisi, in testa il procuratore capo Gianni Tinebra e tutti noi magistrati del pool nisseno. L'on. Scalfaro ebbe parole di grande considerazione che riconoscevano il lavoro e la dedizione di tutti noi, lavoro che aveva dato frutti in qualche misura insperati.
Paolo Borsellino non aveva potuto partecipare a quel Convegno di Nicosia, sopramenzionato, mentre sempre nel 1991, mi pare in autunno, a Torino, in un Convegno organizzato da Magistratura Indipendente, svolse una bellissima relazione sulla Direzione Nazionale Antimafia vedendone i lati altamente positivi nella raccolta e smistamento delle informazioni e nel coordinamento investigativo, concepiti come strumenti di rafforzamento della lotta contro la criminalità organizzata. Per la prima volta, sentendo Paolo Borsellino, iniziai a riflettere e a valutare in maniera più favorevole e meno prevenuta verso una struttura giudiziaria che, come la maggior parte dei colleghi, non mi convinceva per nulla, perché del resto, la stessa Associazione Nazionale Magistrati aveva dato un giudizio fortemente negativo del d.d.l. sulla sua istituzione, poi trasformato in decreto legge, e vista come primo passo per portare il p.m. alle dipendenze dell'Esecutivo. Il prestigio e la competenza in questioni di antimafia che circondavano Paolo Borsellino erano tali da suscitare più di un dubbio fondato sulle posizioni pur argomentate dell'A.N.M., Paolo Borsellino poi era inserito nel circuito dell'Associazione Magistrati e del Gruppo di Magistratura Indipendente, avendone ricoperto rispettivamente le cariche di Presidente della Giunta Distrettuale di Palermo e di Presidente del Consiglio Nazionale, ma non era mai stato un uomo di parte, le sue azioni e le sue dichiarazioni rivelavano il possesso di un cultura associativa che gli consentiva di avere ottimi rapporti con i colleghi di qualsiasi matrice ideale e schieramento correntizio e, soprattutto, di elaborare tesi originali e condivisibili grazie al suo carisma. Anche per questo motivo, la sua relazione ebbe un impatto notevole su molti di noi, contribuendo in maniera determinante a suscitare decisivi cambiamenti di opinione e di valutazione.
D'altra parte, Paolo Borsellino, uomo delle istituzioni, magistrato antimafia, oltreché credente e praticante, padre e marito esemplare, ma anche -come si è accennato uomo impegnato nell'Associazione magistrati, aveva presieduto l'infuocata Assemblea di magistrati all'indomani del tragico attentato a Rosario Livatino, nel Settembre del 1990, dopo aver voluto verificare sui luoghi lo straziante destino di questo collega. Quel fatto aveva riaperto drammaticamente la stagione delle morti eccellenti, riproponendo ancora una volta il problema della protezione dei magistrati di fronte agli attacchi criminali ed aveva creato un acceso dibattito sui c.d. "giudici ragazzini", giovanissime matricole della magistratura spesso gettate allo sbaraglio in zone di frontiera ad alta densità mafiosa, ma non per questo meno affidabili e meno preparati rispetto ai colleghi di maggiore esperienza ai quali spesso si rapportavano. Si saprà molti anni dopo che il gruppo dei killer spietati che aveva spento per sempre la vita di Livatino, proprio tramite questo delitto voleva determinare una sorta di scalata ai vertici criminali di cosa nostra. Paolo Borsellino rimarrà legato al territorio e alle dinamiche della criminalità organizzata nell'agrigentino, oltreché del trapanese, per distribuzione interna degli incarichi della Procura della Repubblica di Palermo dove era approdato come procuratore aggiunto dopo l'esperienza di procuratore della Repubblica di Marsala. Ricordo, in particolare, gli inizi dell'interrogatorio del collaboratore di giustizia Leonardo Messina allorché Paolo -come del resto risulta dal relativo verbale chiedeva notizie dei gruppi criminali operanti ad Agrigento, con varie denominazioni come "stiddari", "Cudi chiatti". Ed anche il giudizio positivo che diede di questo nuovo collaboratore, uomo di onore originario di San Cataldo, giudizio che aprì le porte ad una penetrante quanto vasta indagine sugli assetti della criminalità organizzata della Sicilia centromeridionale, mai prima di allora nemmeno ipotizzata.
Il rapporto con l'Associazione Magistrati e con M.I., il rapporto con le dinamiche della criminalità agrigentina e trapanese, il rapporto con i pentiti sono tre aspetti peculiari della personalità e della vita di Paolo Borsellino, del magistrato e dell'uomo e costituiscono un imprescindibile patrimonio ideale e culturale che Paolo ci ha lasciato. Per me, come del resto per tanti altri colleghi, la sua presenza in M.I., con quelle caratteristiche di servizio, apoliticità, impegno professionale, partecipazione non partigiana alla vita associativa, era un'autentica garanzia che si poteva appartenere al Gruppo senza timore di trovarsi da una parte sbagliata. A Napoli, nei primi mesi del 1992, mi prese a braccetto e facemmo una lunga passeggiata nei pressi del Lungomare, a margine di un Convegno di M.I., e com'era solito fare, grazie ad una grande comunicativa e ad un alone di simpatia che lo caratterizzava, entrò subito in particolari personali, mettendomi a parte della sua amarezza per essere stato relegato ad occuparsi di Agrigento e Trapani, ma nello stesso tempo non c'era nelle sue parole nemmeno un'ombra di recriminazione, infatti mi disse "se hanno bisogno di me per Palermo, mi chiameranno", con uno sfogo misurato e nello stesso tempo rispettoso delle dinamiche dell'istituzione in cui operava, per cui prevaleva in lui il senso dello Stato sulle rivendicazioni personali, egli era assolutamente refrattario a polemiche strumentali o retoriche. Poi, come si sa, sarebbe stato assegnato a sovraintendere la criminalità di Palermo proprio la mattina del 19 Luglio 1992, giorno dell'eccidio. Si potrebbe dire senza minimamente tradire il significato della sua azione e della sua eredità spirituale, che la moderazione dei tratti in lui si accompagnava al rigore della sostanza e alla cristallinità delle idee che lo animavano.
Paolo Borsellino era un collega autorevole ed anche un amico, e la sua indimenticabile risata accompagnata dalla inflessione dialettale con quella tonalità garbatamente e oserei dire financo gradevolmente palermitana, lo rendevano una persona amabile. Alla fine degli anni Ottanta, occupandomi di un procedimento di indagine sull'appalto per il rifacimento del manto erboso dello Stadio Cibali di Catania, gli telefonai per avere il nominativo di un consulente tecnico che fosse distante dal circuito catanese, nominativo che mi diede subito, che io nominai e che poi espletò l'incarico con mia grande soddisfazione.
Ma non avrei mai immaginato che il caso, alcuni anni dopo, mi avrebbe portato alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, dopo la strage di Capaci, e che mi avrebbe riservato il penoso quanto ingrato compito di procedere all'ispezione cadaverica del corpo straziato di Paolo e di dover redigere, non so con quanta lucidità, il relativo verbale, assieme al procuratore capo Gianni Tinebra. Si è detto e scritto, benevolmente, che Paolo Borsellino non fece in tempo di essere sentito dai magistrati di Caltanissetta, mentre la versione più malevola è che Paolo non venne mai citato dai magistrati di Caltanissetta. La mia sensazione è che Paolo Borsellino avesse stima di noi colleghi -come dire nuovi, nel panorama antimafia nazionale, e chiamati ad operare a Caltanissetta, ma che ci considerava, giustamente devo riconoscere, privi del necessario bagaglio di conoscenze sulla criminalità organizzata e sulle istituzioni di Palermo, al punto che probabilmente egli stesso aveva difficoltà ad iniziare a riferirci elementi da lui ritenuti importanti sui prodromi della strage di Capaci e che per questo probabilmente aspettava il momento più adatto, purtroppo bruciato dalla tragica fine. Quello che pochi hanno presente è che a Caltanissetta, a partire dalla metà di Giugno del 1992 si ebbe un turbinìo di attività senza precedenti, prima l'indagine sulla strage di Capaci, poi il pentimento di Leonardo Messina, quindi l'indagine sulla strage di Via D'Amelio, una quantità di fatti che avrebbe messo in difficoltà qualunque ufficio attrezzato, e che a Caltanissetta rischiava di paralizzare la Procura, il cui organico di base era di soli tre sostituti oltre al Capo. Ma per una serie di fattori positivi, legati da un entusiasmo senza precedenti che aveva contagiato tutti gli addetti all'Ufficio della Procura, i risultati vennero e sono davanti agli occhi di tutti.
Paolo Borsellino, dopo la strage di Capaci esternò in varie occasioni, in una di queste disse la celebre frase: «la lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertàche si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Una frase che sintetizza un pensiero, un'epoca, il senso di un impegno che ci riguarda tutti, magistrati e non, cittadini del nostro Paese. La libertà come strumento di dignità della persona e dell'esistenza, come vero antidoto alla mafia, alle mafie per far trionfare la cultura della legalità, dove la libertà può nascere e svilupparsi integralmente. Dopo la strage di Via D'Amelio, venne nominato procuratore della Repubblica a Palermo Gian Carlo Caselli, all'insegna di una marcata discontinuità nella gestione di quell'ufficio. Fui favorevole a questa nomina, pur non conoscendo se non di fama Gian Carlo Caselli, perché dopo quelle stragi, occorreva sperimentare sul campo una personalità di quel tipo, un uomo non legato al territorio isolano, e fuori dai palazzi di giustizia siciliani, che aveva messo in gioco se stesso chiedendo di andare da volontario inpartibusinfidelium. Questa era una condizione ideale, per consentire lo sprigionarsi di nuove energie in un ufficio non facile e traumatizzato, per offrire nuova linfa all'azione investigativa e di contrasto alla criminalità organizzata, obiettivo che si è realizzato puntualmente con l'arresto di molti latitanti, con centinaia di mafiosi condannati a pene significative, con l'incremento di indagini serrate sul fronte delle relazioni esterne di cosa nostra nella politica, nelle istituzioni, nell'economia. L'esito assolutorio di alcuni processi non smentisce, ma avvalora a voler leggere attentamente le motivazioni dei verdetti, la necessità di avviare le relative indagini.
Il rapporto con i pentiti è stato altrettanto importante per Paolo Borsellino, la sua scrivania di procuratore aggiunto a Palermo che noi dovemmo esaminare la stessa sera della strage, per ragioni investigative, era colma di fascicoli riguardanti pentiti e questo dato, che in sé potrebbe sembrare scontato se visto dall'angolatura di oggi, dimostra se rapportato al contesto di allora, che Paolo Borsellino aveva l'obiettivo principale di incrementare l'apparato conoscitivo della criminalità organizzata per meglio combatterla, in un momento fra il 1991 e il 1992 in cui si registravano scarsità di informazioni e nello stesso tempo l'acme della strategia di attacco allo stato da parte di cosa nostra. Il pentito Calcara in un'occasione ebbe a rivelarmi che sentiva un grande sollievo umano quando lo andava a trovare Paolo Borsellino, anche soltanto per un saluto. D'altra parte il rapporto con i collaboratori di giustizia lega particolarmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, al di là degli altri elementi di contatto. Conservo come una reliquia il verbale di dichiarazioni di Tommaso Buscetta rese all'allora giudice istruttore Falcone, un verbale che andrebbe studiato nelle facoltà di giurisprudenza, per la linearità della verbalizzazione, senza mai una sbavatura o un aggettivo mal posto, con una continuità di proposizioni, con una vorrei dire musicalità dei periodi, chiarezza e precisione dei dettagli, senza mai alcuna caduta in fatti meno che rilevanti, con una tensione della rappresentazione assolutamente alta e costante. E ancora, sono presenti soltanto tre attori, il giudice istruttore, il pubblico ministero e il pentito, non c'è un assistente, non un ufficiale di p.g., quasi a voler sottolineare la sacralità del segreto investigativo protetto dalla presenza del minimo indispensabile di ascoltatori, e il verbale procede e si snoda cronologicamente per giorni e giorni, a simboleggiare la tempestività e la concentrazione dell'intervento, in uno alla completezza dell'ascolto. Come pure andrebbe studiato il contenuto del rapporto, quello che un altro grande magistrato e degno continuatore dell'opera di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Pier Luigi Vigna, divenuto poi Procuratore Nazionale Antimafia, ebbe una volta a definire come laico e non intimistico, per rimarcare appunto l'approccio del magistrato inquirente al collaboratore. Il pentito catanese Antonino Calderone, che credo sia stato tra i più sinceri in assoluto e il cui pentimento è stato contrassegnato da un processo di revisione morale della propria vita, ebbe una volta a chiarirmi il senso di questo rapporto quando mi disse che Giovanni Falcone lo interrogava in maniera, non solo corretta, ma soprattutto penetrante, perché "voleva capire". In questa immagine che potremmo definire socratica, è racchiusa la chiave interpretativa del rapporto che tanto Giovanni Falcone quanto Paolo Borsellino hanno istituito con i pentiti e che noi oggi dobbiamo mettere al centro della nostra professione di magistrati inquirenti. Le immagini raccapriccianti della strage di via D'Amelio sono ancora un ricordo vivido, e soprattutto lo Stato ridotto in ginocchio da queste azioni criminali ed eversive e, come contraltare, l'aspettativa generalizzata di giustizia dell'opinione pubblica e le difficoltà di fare luce sulle stragi, sono i cardini attorno a cui è fissata la mia memoria sulle figure di questi dioscuri sorridenti, come li ritrae una celebre fotografia che campeggia in molti dei nostri uffici, quasi ad ammonire che la perdita della vita in modo così crudele e lo strappo prematuro ai loro affetti, recede di fronte a quell'icona positiva e ad una testimonianza ricca e indelebile, che prepotentemente si proietta come un raggio di sole nel futuro, un vero e proprio viatico e una speranza di riscatto che tuttora guida l'azione antimafia.








