L’onore di Borsellino
Mario Cicala
Consigliere della Suprema Corte di CassazioneSpunti per una riflessione su etica cristiana e senso dello Stato
Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno (Paolo Borsellino)1
1. Il comitato di storici guidato dal professor Andrea Riccardi e incaricato dalla Santa Sede d'individuare, per quanto possibile, i "martiri" del XX secolo, ha inserito in tale triste e glorioso elenco i giudici Paolo Borsellino e Rosario Livatino2.
La circostanza sollecita una riflessione sui doveri dei cristiani nei confronti dello Stato, sull'attuale situazione del nostro Paese, sul contributo che la religiosità cristiana e cattolica, che fa parte del patrimonio spirituale della nazione italiana, può e deve dare alla costruzione di un adeguato "senso dello Stato".
Quando, il 31 marzo 2000, l'amata consorte di Paolo, Agnese, ha consegnato al Santo Padre Giovanni Paolo II il bozzetto originale del manifesto con cui sono stati ricordati e onorati i ventiquattro magistrati che negli ultimi anni sono stati assassinati a causa della loro dedizione alla giustizia3, non ha compiuto solo un gesto di doveroso ringraziamento. La consegna di questo simbolico dono è stata infatti accompagnata da un incisivo indirizzo di saluto ed è avvenuta in presenza di un migliaio di giudici, convenuti a Roma per partecipare al congresso dell'Associazione Nazionale Magistrati . E L'Osservatore Romano del 1° aprile 2000 ha intitolato "Quel debito di riconoscenza verso i "martiri della giustizia", congiungendo insieme le parole "martirio" e "giustizia", la virtù cristiana e la virtù civile4.
Giorgio Ambrosoli (19331979), Paolo Borsellino (19401992) e Rosario Livatino (19521990) hanno, con il loro sacrificio, smentito la diffusa opinione secondo cui i cattolici italiani sarebbero buoni padri, discreti mariti, volenterosi operatori sociali, ma funzionari distratti e, in definitiva, mediocri cittadini.
Avevano una vita familiare e religiosa intensa ed esemplare, ma non sono stati uccisi a causa di queste virtù. I loro provvedimenti, che hanno colpito interessi potenti e omicidi, non erano diversi da quelli redatti da colleghi che non nutrivano una fede religiosa, e che hanno parimenti affrontato la morte come prezzo della fedeltà alle regole di giustizia; sono stati tutti "martiri" a difesa delle leggi dello Stato.
Il martirio, questo martirio, non separa o divide i credenti dai non credenti perché l'adesione ai valori della giustizia costituisce un terreno comune per tutti gli uomini di buona volontà. L'apostolo Paolo riconosce e quasi codifica questa comunione fra chi crede nel valore trascendente dei testi evangelici e tutti gli uomini retti, che sono "circoncisi nel cuore", circoncisi di una circoncisione non fatta da mano d'uomo. A fianco di quelli che osservano la legge perché la conoscono attraverso la Rivelazione si collocano dunque coloro che"[...]sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza".
È di conforto pensare che a tutti i caduti per la giustizia si attaglino le parole di Papa Giovanni Paolo II nell'enciclica Veritatis splendor: "Nel martirio come affermazione dell'inviolabilità dell'ordine morale risplendono la santità della legge di Dio e insieme l'intangibilità della dignità personale dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio" . Chi li ha uccisi con ogni probabilità non nutriva rancore verso la Fede cattolica, ma era certamente animato da odio verso le virtù umane e cristiane. E san Tommaso d'Aquino ebbe ad affermare che è martire "[...] non solo chi patisce a causa della confessione della fede, che si fa con le parole, ma anche chiunque patisce per compiere qualunque buona opera [...] per Cristo"5 . Del resto, la Chiesa da sempre onora come martire san Giovanni Battista, imprigionato e ucciso da Erode perché aveva osato puntare il dito contro di lui ed Erodiade pronunciando l'ammonimento che tanto spiace a tutti i potenti della terra: "Non ti è lecito" . A sua volta, già il documento sull'impegno sociale e politico, elaborato nel III convegno ecclesiale tenuto a Palermo nel 1995, sottolinea il sacrificio dei cristiani che in Italia hanno dato "numerose testimonianze di carità politica, alcune giunte sino al martirio"6 .
Tutti i caduti per la legalità, credenti e non credenti, senza distinzione, hanno testimoniato quella legge universale che s'impone a ogni essere dotato di ragione e vivente nella storia."Per perfezionarsi nel suo ordine specificoafferma Papa Giovanni Paolo II sempre nell'enciclica Veritatis splendor, la persona deve compiere il bene ed evitare il male, vegliare alla trasmissione e alla conservazione della vita, affinare e sviluppare le ricchezze del mondo sensibile, coltivare la vita sociale, cercare il vero, praticare il bene, contemplare la bellezza"
2. Qualcuno ha detto: "sventurata la terra che ha bisogno di eroi"7, o di martiri. E certo la presenza di eroi in una società, e in specie nel mondo della giustizia, è sintomo di crisi e di disagio.
L'obbedienza alla legge nelle società pacifiche e ben ordinate raramente attinge i vertici dell'eroismo, cioè richiede la capacità di anteporre il senso del dovere a propri rilevanti interessi, e talvolta alla vita stessa. Anche nel più tranquillo cantone svizzero l'uomo della polizia, il vigile del fuoco, debbono essere pronti ad anteporre l'adempimento del dovere alla propria vita, ma si tratta di casi limitati; mentre nelle società ad alto tasso di criminalità l'eroismo viene richiesto a una sfera molto allargata e purtroppo via via più ampia di persone.
Nel documento, redatto fra gli altri da Giovanni Falcone e con cui si concluse l'assemblea della ANM riunita a Palermo il 27 ottobre 1990 sotto la presidenza di Paolo Borsellino, dopo l'assassinio di Rosario Livatino, si legge che, "[...] sotto le vesti della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica" 8. E a queste parole ben si può affiancare il punto forse più significativo del messaggio letto dal Santo Padre ai magistrati italiani il 31 marzo 2000, laddove stigmatizza "[...] tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune. Ne viene minata alla radice anche la sicura e pacifica convivenza" 9.
L'indifferenza, se non l'ostilità, di parti della Società e dello Stato può accrescere il rischio per coloro che adempiono il proprio dovere, li rende "eroi" loro malgrado. Sotto la minaccia omicida delle Brigate Rosse diviene eroismo accettare la difesa d'ufficio di un indagato; basterà ricordare il martirio dell'avvocato Fulvio Croce, ucciso per aver onorato un compito elementare dell'avvocato: la difesa d'ufficio. La criminalità organizzata dei "colletti bianchi" rende eroica la condotta dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, leale esecutore di un mandato di liquidazione di una banca; nelle aree controllate dalla mafia occorre eroismo per esercitare diritti elementari, come una libera attività d'impresa, per adempiere a doveri in sé semplici e spontanei, che incombono su qualunque cittadino: quale il rendere, in osservanza alla legge divina, testimonianza veritiera.
Persino la amministrazione dei beni può divenire pericolosa quando investe aziende già di pertinenza criminale; cioè concorre ad un profilo essenziale della dura battaglia che lo Stato Italiano ha intrapreso nei confronti degli interessi e dell'economica mafiosa, prevedendo con leggi sempre più incisive ed efficaci il sequestro e la conseguente confisca dei beni che risultino di pertinenza della criminalità organizzata. E della importanza di questo profilo della lotta dello Stato contro l'economia criminale è, purtroppo, testimonianza l'uccisione dei dottori commercialisti Costanzo Iorio (2008) e Liberato Passarelli (2009).
È quindi vero che "la terra che ha bisogno di eroi" è "sventurata"; perché è sventurato quel popolo che non ha in sé le energie morali indispensabili affinché ogni cittadino, adempiendo ai propri doveri, facendosi carico della frazione, della briciola, di coraggio che gli compete, concorra a far sì che a pochi, a nessuno si richiedano virtù eroiche.
Ma certo è ancora più sventurato il popolo che ha bisogno di eroi e non li trova, o ne disperde l'insegnamento.
Sventurato sarebbe il Popolo Italiano se non sapesse trarre dal sacrificio di tanti la spinta verso un "eroismo di massa", che proprio perché "di massa" potrà comportare con minor frequenza il rischio della vita.
Sembra di poter scorgere nella realtà attuale segni di miglioramento: sempre più di frequente gli operatori economici denunciano i loro estortori; l'atavica paura sembra diradarsi nella consapevolezza di non essere abbandonati dallo Stato, e nasce la speranza di poter godere in pace dei propri beni senza esser soggetti al "pizzo" . Un insieme di segni delineano un quadro diverso rispetto a quello tradizionale di soggezione alla criminalità mafiosa. La misure economiche in favore delle vittime dell'usura e dell'estorsione, la protezione dei "testimoni di giustizia", la costituzione di parte civile dello Stato a fianco delle vittime, la creazione a Reggio Calabria del centro di gestione dei beni sequestrati e confiscati, la sempre più frequente presenza fisica nelle aree a maggior rischio del Ministro dell'Interno Roberto Maroni, del Sottosegretario Mantovano cui il Ministro ha conferito la delega alla Sicurezza Pubblica concorrono a creare un clima diverso.
Mentre nel contempo sequestri e confische per valori sempre più ingenti dimostrano tangibilmente che la criminalità non è (più) una via sicura alla ricchezza; la cattura dei latitanti insinua in molti il timore (benedetto) che i delitti sfocino in lunghe detenzione, rese più penose da un regime carcerario austero.
3.Il ricordo è quindi un dovere, da cui scaturiscono energie per modificare il presente. La forza spirituale di chi "cerca il vero e pratica il bene", di chi è sensibile al grido delle vittime dell'ingiustizia:"Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?"è testimoniata da un episodio della vita di Paolo Borsellino che mi par opportuno ricordare.
"Incontrai il dottor Borsellino - dichiara il pentito Vincenzo Calcara nel 1992 - il 3 dicembre 1991, ma soltanto il 6 gennaio di quest'anno gli dissi che ero uomo d'onore e gli dissi anche: "Dottore, io sono quella persona che avrebbe dovuto ucciderla, io avrei dovuto essere il killer". Sorrise poi mi chiese: "Ma dove mi avrebbe dovuto uccidere, a Palermo oppure a Marsala? Perché a Palermo è più facile". Gli dissi che il suo attentato avrebbe dovuto avvenire con un'autobomba. Rimase perplesso, poi mi disse: "Va bene Calcara, mettiamoci a lavorare". Da quel momento in poi iniziò un rapporto splendido: in lui vedevo il vero uomo d'onore, ma inteso come onore quello vero, non quello che credevo quando entrai in Cosa Nostra. Quando lo incontrai subito dopo la morte di Falcone, mi disse: "Vincenzo, non ci arrendiamo, andiamo avanti, io e te siamo nella stessa barca e indietro non si torna". Gli dissi: "Ma signor giudice, lei non ha paura? Ora tocca a lei di sicuro", e lui mi rispose: "È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"", 10 mostrandolasuaprofondaadesionealleparole:"Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà".
Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, proprio a Palermo, alle ore 16,58 la violentissima esplosione di un'autobomba, parcheggiata in via D'Amelio uccise Paolo Borsellino , Procuratore aggiunto presso la Procura distrettuale della Repubblica di Palermo e gli agenti che con piena ed accettata consapevolezza del pericolo gli facevano scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli ed Eddie Walter Cosina.
"Calcara conserva un profondo ricordo di Borsellino, del suo sorriso. E sottolinea:: le parole della mafia nascondono solo una macchina di morte. Borsellino, lui sì, ha avuto onore: non ha rinunciato alle sue idee nemmeno quando gli avrebbero reso il cammino più difficile"11.
Vincenzo Calcara, ha anche spiegato perché la così detta "cupola" abbia organizzato la strage di Via D'Amelio, dicendo : "la mafia aveva paura del coraggio di Borsellino, dell'onore di Borsellino; perchè Borsellino era il vero uomo d'onore, che non diviene tale con la "pungitura" o bruciando l'immaginetta, ma con la forza delle idee".
Già: l'"onore di Borsellino".
In Calcara la parola "onore" è intrisa di sicilianità. Ma l'onore o - se preferiamo usare un'altra parola - la dignità guidano gli esseri umani tutti; a Palermo come a Bolzano.
Spinge gli uomini verso modi di agire che rispondono alle esigenze sociali; sorregge coloro che si trovano in particolari circostanze a rischiare e sacrificare la vita; il senso della propria dignità anima e pervade tutte le attività sociale positive, anche quelle non eroiche, ma semplicemente oneste: è a fianco del medico che sacrifica qualche minuto in più per ben assistere il paziente, del professore scrupoloso che si sforza di esser chiaro, del giudice che rilegge ancora una volta il fascicolo processuale; persino del cuoco che cerca di elaborare al meglio il cibo, che sbatte con cura le uova perché la frittata riesca più saporita. Sono condotte che non producono, o comunque non producono sempre, un immediato vantaggio a chi le pone in essere, ma che soddisfano il suo senso della "dignità", gli conferiscono stima in se stesso.
Anche la criminalità, e in particolare la grande criminalità organizzata come la mafia, ha - o tenta di costruire - un suo "onore"; mentre sempre più si diffonde nella nostra società dei consumi un "onore", un "essere onorati" che dipende esclusivamente dalla ricchezza e dalla potenza. Ma che cosa ha fatto sentire a Vincenzo Calcara che l'"onore di Borsellino"è onore "vero"; e quello di Cosa Nostra è onore "falso"?
L'"onore di Borsellino"attinge all'universale, risponde a regole che, secondo le parole di Sofocle, "[...]non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono; e nessuno sa da quando apparvero".
L'"onore di Borsellino" risponde a tavole etiche che rendono la vita di tutti migliore; è espressione di quella carità cristiana che è amore di Dio e del prossimo e che, quindi, è operativa e fattiva nel sociale. Invece le regole della criminalità distruggono la vita e il benessere di una società; conducono alla ricchezza di pochi e all'impoverimento di molti.
L'onore autentico attinge all'assoluto e perciò alla religiosità d'amore. A quella religiosità che è fondamento della convivenza civile, dello Stato e della democrazia stessa.
Nella nostra visione politica lo Stato non è un Leviatano signore del bene e del male; è invece strumento al servizio di valori che esso non crea; è un mezzo per perseguimento del bene comune.
4. Cosa sia il bene comune è in grado di dircelo, almeno nei suoi tratti essenziali, una ragionevole riflessione laicoutilitaristica ; che agevolmente ci conduce ad affermare che si deve ubbidire alla legge perchè ciò è utile, anzi indispensabile. E ci consente di qualificare come "buone" quelle leggi che sono "utili", cioè producono benessere nel maggior numero possibile di individui e non solo in chi le pone in essere. Secondo quanto già chiaramente espresso nel mito platonico di Prometeo: per la sopravvivenza della umanità occorre il dono di Zeus "la giustizia ed il rispetto della legge". L'economia criminale è al contrario -essenzialmenteun'economia parassitaria che assorbe ricchezze ed energie senza produrre frutti; e dunque il cancellarla è sicuramente "utile", fonte di benessere per la collettività
Mentre all'opposto, una famiglia unita e solidale, in coerenza ai valori etici, è particolarmente idonea (e quindi particolarmente utile) ad affrontare i momenti difficili della vita e dell'esistenza degli individui, come dei popoli.
Tuttavia la constatazione di questo interesse collettivo non è sufficiente a determinare la condotta dei singoli; occorre un aggancio forte di questo pubblico interesse con l'individuo, con ogni singolo individuo. Occorre che ciascuno percepisca un "perchè" che lo induca a sacrificare in taluni momenti il suo interesse personale, talvolta la sua stessa vita, ad un interesse collettivo. La mera consapevolezza della "utilità" della legge, ed anche la minaccia di sanzioni, non sono sufficienti a indurre il magistrato, il funzionario ad esporsi al pericolo ; a rispettare l'articolo 54 del codice penale; ad adempiere al loro dovere nonostante ogni minaccia di danno alla persona propria o di un proprio caro; a lasciare i propri figli privi dell'assistenza di un padre, di una madre.
Occorrono particolari energie spirituali. Occorre una concezione etica della vita.
Tocqueville ed Hobbes ricorrono al termine "religione"; intesa non come organizzazione confessionale raccolta intorno ad uno specifico credo, bensì come capacità di anteporre l'utile collettivo a quello individuale. Un termine comprensivo anche di quella religiosità laica, di quell' "amor di patria", di quel senso dello Stato di cui ci parla Machiavelli ; e che secondo Clausewitz costituisce il pilastro su cui poggia persino la capacità guerriera degli eserciti, che pur sotto il fuoco nemico conservano ordine ed efficienza. Occorre, in altre parole, la consapevolezza che esistono valori più grandi della vita. Che morire per essi non è scegliere la morte, come un suicida che butta via la propria esistenza; è scegliere invece la vita, è rinunciare a qualche parte del tempo che Iddio ci concede per un modo di vivere maggiormente degno di un essere libero, plasmato "ad immagine e somiglianza" di Dio.
Attraverso regole deontologiche di carattere morale le collettività inducono i singoli ad agire spontaneamente in conformità a determinati valori. Alcuni che violano gravemente questi valori potranno esser puniti; altri che li hanno osservati con particolare impegno saranno forse premiati. Ma castighi e premi possono coinvolgere solo pochi membri della collettività, tutti gli altri ne osservano spontaneamente le regole, sotto la spinta del senso dell'onore.
In particolare, nessun sistema disciplinare o di controllo può costringere gli uomini dello Stato a utilizzare i propri poteri in conformità ai doveri che l'ordinamento impone, se essi non avvertono che il buon funzionamento dell'apparato pubblico è un valore che in qualche misura trascende le loro persone.
In questo senso, lo Stato non può che essere etico, perché uno Stato che non sia sorretto dallo spirito etico dei suoi cittadini, dei suoi funzionari non può che sfaldarsi in una miriade di privati egoismi in cui ciascuno vuole godere dei vantaggi che gli procura il rispetto (da parte degli altri) della legge, ma sfugge agli oneri che il medesimi rispetto della legge gli impone.
Intorno alla figura di Paolo Borsellino (come del suo amico fraterno Giovanni Falcone) queste energie umane si sono raccolte, abbiamo visto centinaia migliaia di palermitani sfilare silenziosi e commossi la Sua camera ardente, abbiamo visto i suoi funerali resi solenni da una presenza strabocchevole di folla.
Una giovane donna oggi magistrato ha scritto nel 2003: "undici anni fa mi trovavo a Santo Stefano e il proprietario di un negozio di alimentari uscì per strada con le mani sul volto e disse che avevano ucciso il giudice Borsellino. E io mi sedetti su una panchina e mi venne da piangere. E pensai, per la prima volta, che avrei potuto iscrivermi a giurisprudenza e diventare un magistrato. Forse una reazione emotiva. Ma negli anni questo pensiero è maturato dentro di me, sino a diventare una ragione di vita. Non so se l'avevo mai detto. Forse, aspettavo un giorno come questo".
La costernazione di quel commerciante, le lacrime di quella ragazza, la sua decisione di vita, sono un segno che il sacrificio di Paolo non è stato vano.
5. Si legge nella nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese, del 1991: "Proprio perché l'autentica legalità trova la sua motivazione radicale nella moralità dell'uomo, la condizione primaria per uno sviluppo del senso della legalità è la presenza di un vivo senso dell'etica come dimensione fondamentale ed irrinunciabile della persona" 12.
"Quinto, non ammazzare", "Settimo, non rubare". Quanti cavilli hanno costruito i giuristi di professione - e ancor più i politologi - per occultare questi due comandamenti! Ma il Santo Padre Giovanni Paolo II, a conclusione della Santa Messa celebrata ad Agrigento il 9 maggio 1993, ha parlato in termini di estrema chiarezza: "Dio ha detto una volta: "non uccidere". Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio"13 .
1 Pochi mesi prima della sua "morte annunciata" Paolo
rifiutò la proposta di divenire Procuratore Nazionale Antimafia con
le parole "io servo qui".
2 Cfr. Luigi Accattoli, Nuovi martiri. 393 storie cristiane
nell'Italia di oggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2000,
nn. 384 e 385, pp. 243246; e Andrea Riccardi, Il secolo del
martirio, Mondadori, Milano 2000, pp. 403, 413 e 429.
3 Un elenco (con note biografiche) dei magistrati caduti per
causa di servizio è pubblicato sul sito
www.giustiziacarita.it
4 Cfr. F. V., Quel debito di riconoscenza verso i "martiri
della giustizia", inL'Osservatore Romano, 142000.
5 San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, IIaIIae, q. 124,
a. 5, ad 1.
6 III Convegno Nazionale delle Chiese che sono in Italia.
Palermo 20/24111995,Relazione dei cinque ambiti di lavoro, II.
Impegno sociale e politico, inIl RegnoDocumenti, anno XL, n. 21
(760), Bologna 1121995, pp. 673675 (p. 673).
7 Bertolt Brecht (18981956), Lebens des Galilei. Vita di
Galileo, trad. it. di Emilio Castellani, a cura di Giuseppina
Oneto, Einaudi, Torino 1994, p. 217.
8 Documento approvato dall'Assemblea Straordinaria di Palermo
dell'Associazione Nazionale Magistrati, 27101990
9 Giovanni Paolo II, Discorso ai membri dell'Associazione
Nazionale Magistrati, del 3132000, n. 2, inL'Osservatore Romano,
142000
10 Vincenzo Calcara, "Quel giudice dovevo ucciderlo io",
intervista a cura di Guglielmo Sasinini, in Famiglia Cristiana, n.
32, Milano 581992, pp. 2628 (p. 27). Calcara ha più volte
raccontato dei suoi incontri con Borsellino, con parole non sempre
identiche, ma che esprimono gli stessi concetti.
11 Umberto Lucentini con Agnese, Lucia, Manfredi e Fiammetta
Borsellino, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori,
Milano 1994, p. 253
12 Conferenza Episcopale Italiana. Commissione Ecclesiale
Giustizia e Pace, Nota pastoraleEducare alla legalità. Per una
cultura della legalità nel nostro Paese, Roma 4 ottobre 1991, n.
3.
13 L'Osservatore Romano, 10/11-5-1993.








