L’etica della convinzione

Stefano Amore

Magistrato, Consigliere del Ministro della Gioventù

Max Weber, in un suo celeberrimo scritto, ha introdotto all'inizio del secolo scorso la distinzione tra etica della responsabilità ed etica della convinzione, carat­terizzando la prima, propria soprattutto dell'attività politica, sulla base del rapporto tra mezzi e fini e definendo, al contrario, l'etica della convinzione come quella di chi segue rigorosamente i propri principi, senza preoccuparsi delle conseguenze che ne potranno derivare.

Di questo secondo modello etico Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono stati testimoni esemplari, per la sicura consapevolezza della sorte che sarebbe toccata loro e per la fede incrollabile con cui, nonostante ciò, hanno accettato di servire la verità.

Eppure, nonostante questa evidenza, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone furono sovente considerati alla stregua di "carrieristi", di magistrati professionalmente ca­paci, ma motivati soprattutto dal desiderio di realizzare le loro umane aspirazioni.

Nulla di più falso, ma di questo sentimento e di questa inclinazione sono rimaste molte testimonianze, di cui la più nota, forse, è lo sciagurato articolo, «I professio­nisti dell'antimafia», con cui Leonardo Sciascia ridusse maldestramente ad ambi­zione ed opportunismo quello che era impegno morale e civile, scrivendo, a commento della nomina di Paolo Borsellino a Procuratore di Marsala, che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".

Di questo velenoso fraintendimento, alimentato ad arte da alcuni, rimane una traccia evidente anche nel discorso con cui proprio Paolo Borsellino, il 25 giugno 1992, ricordava, a un mese dalla Strage di Capaci, l'amico Giovanni: Giovanni Fal­cone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice - scrive Borsellino­ non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era inna­morato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa… Anch'io tal­volta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo.

Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che rite­neva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bi­lancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura."

Non è una celebrazione quella che Paolo Borsellino fa dell'amico Falcone, quanto piuttosto una "difesa" a tutto campo del suo operato e della sua persona. Nonostante sia stato barbaramente ucciso, nonostante la commozione generata da quelle morti nel paese, Borsellino si sente di dover difendere Falcone, ancora e soprattutto, dalle insinuazioni che ne avevano accompagnato l'operato e che continuavano ad avve­lenarne la memoria.

Paolo Borsellino avrebbe potuto scegliere di essere candidato (sarebbe stato cer­tamente eletto) al Consiglio Superiore della Magistratura. Magistratura Indipen­dente, la corrente dell'A.N.M. in cui militava, glielo aveva più volte proposto, ma lui ritenne sempre di dover rifiutare, per essere coerente con il compito che si era prefisso e, soprattutto, per non abbandonare tutti coloro che avevano lavorato con lui e che su di lui facevano affidamento. Falcone pure non ebbe mai tentennamenti e le scelte fatte a un certo momento della sua vita, il Ministero invece dell'ufficio giudiziario, furono dovute solo alla necessità di poter continuare a dare impulso alle sue idee, superando l'isolamento in cui era stato posto.

Ad uccidere Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, riconosciamolo, non è stato solo l'odio della mafia, ma anche i dubbi, le esitazioni e le incomprensioni di un intero paese e l'incapacità della magistratura di essere all'altezza di questi due uo­mini.